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Tuesday, 7 October 2008

L'Alma Mater

Questa notizia non sorprende ma rattrista comunque parecchio.

Tuesday, 9 September 2008

I Democratici e il rispetto

"I Democratici parlano a nome dei meno ricchi; propongono politiche con delle buone intenzioni per aiutarli; la disuguaglianza li inquieta, e vogliono fare qualcosa per affrontarla. Il problema è che non hanno rispetto per gli oggetti della loro sollecitudine. La loro compassione si mischia al disdegno, quando non al disprezzo."

Così comincia un articolo di Clive Crook sul
Financial Times dell'8 settembre. L'articolo riguarda i democratici americani e le ragioni per le quali John McCain potrebbe alla fine anche vincerle, queste presidenziali. Ma provate a leggerlo tutto, l'articolo. Provate ad eliminare i riferimenti al porto d'armi, a Dio e alla differenze fra bianchi e neri. Provate a sostituire i riferimenti a Sarah Palin (la candidata alla vice-presidenza di McCain) con un qualsiasi politico nostrano della destra più populista.


Secondo me troverete diverse ragioni per le quali la sinistra in Italia, Danimarca, Francia e gran parte dell'Europa di questi tempi perde regolarmente le elezioni.

Thursday, 10 July 2008

La (ri)Fondazione

Fra toni sopra le righe (eufemismo) e leggi discutibili (eufemismo), un'iniziativa lodevole.

Sunday, 25 May 2008

Il metodo GTSS

Anti-politica; protesta civile; metodo GTS per Grillo/Travaglio/Saviano (copyright di Severgnini, al quale forse aggiungerei un'altra S del suo collega Gian Antonio Stella, autore de La Casta): lo si chiami come si vuole, a me il fenomeno non convince.

Sia ben chiaro: non è una questione di patriottismo nè di qualunquismo. Non è un attacco al giornalismo d'inchiesta, nè un mini-editto bulgaro contro la satira. Più semplicemente è una sensazione che mi è istintivamente venuta dopo la visione, nella mia ultima giornata italiana settimana scorsa, dell’atteso film Gomorra.

Anche in questo caso, i distinguo non sono mai troppi. Il film è a mio parere molto ben fatto. In particolare--da profano del settore quale sono--ho trovato molto significativi quei contrasti fra i frequenti primissimi piani dei vari camorristi e quei secondi piani sfocati del degrado sociale di Scampia. Ed il successo di Gomorra, come quello de La Casta, del VDay, o anche delle requisitorie di Marco Travaglio, devono molto non solo ai temi trattati, ma al talento dei rispettivi autori.

Però il corollario, a mio parere non voluto dagli autori, di questi enormi successi è che rischiano di rendere l'Italia più indifendibile di quello che è. Non parlo della casta o della criminalita' organizzata, che sanno difendersi e attaccare benissimo da sole. Parlo del cittadino comune, quello onesto, che fa il suo dovere nonostante l'evidenza e che talvolta si convince di combatterla, l'evidenza, costruttivamente.

Personalmente, la prima cosa che mi è venuta in mente domenica all’uscita dal cinema è stata che, in fondo, il successo di Gomorra a Cannes e la drammatica parabola di Don Peppino Diana a Casal di Principe (al quale lo stesso Saviano ha reso omaggio) appartengono allo stesso mondo.

Tuesday, 20 May 2008

L'empirismo

Giorni fa avevo messo su un pentalogo minimo di politica estera, a mio parere ineludibile per entrambe gli schieramenti politici.


Col senno del poi, ci aggiungerei un'altra questione meno tradizionale, ma destinata a diventare sempre più 'estera,' ovvero disastri naturali e crisi non convenzionali (ottimo rapporto sulla questione dei miei colleghi di Washington, qui).


Ad ogni modo, la mia sperimentazione comincia ufficiosamente oggi.

Wednesday, 14 May 2008

Il mal di pancia

Ben scritto ha Denis MacShane in un corsivo pubblicato settimana scorsa su Newsweek.


Gli anni '90 erano quelli nei quali i Clinton, gli Schröder, i Jospin, i Prodi, i Blair, insomma il centro-sinistra da "terza via" imperversava. MacShane (che, per inciso, era ministro nel governo Blair) fondamentalmente sostiene che queste personalità si siano limitate a gestire l'enorme capitale politico che gli era stato affidato. In alcuni casi potevano contare su un carisma fuori dal comune e anche su qualche fuoco d'artificio mediatico, ma non hanno prodotto una vera visione del futuro: quello loro, della sinistra occidentale e quello--well--nostro.


Questo spiega la virata a destra dell'Europa di questo decennio. Nulla ha dello spessore del conservatismo europeo della generazione precedente (Adenauer, Churchill o lo stesso De Gaulle). Ma vince perchè, da Sarkozy al nuovo sindaco di Londra, sa parlare alla pancia.


Fin qui poche novità. Se c'è una figura che da sempre incarna la politica che governa, fa opposizione e vince 'con la pancia' quello è ovviamente Berlusconi. Ora però: fare un'opposizione costruttiva e perfino una legislatura costituente è una cosa. I ghirigori sull'inedito tono sobrio, misurato ed istituzionale del Presidente del Consiglio mi sembrano francamente non richiesti.

Tuesday, 22 April 2008

La flexicurity e la pigrizia

Su questo numero della prestigiosa rivista americana Foreign Affairs c'è un articolo a mio parere interessante di Robert Kuttner intitolato "The Copenhagen Consensus".

Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l'autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della "flexicurity", il risultato piu' evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.

In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.

A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: "path dependence."

"Path dependence" è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, "path dependence" è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.

Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso "scandinavo" in altri paesi dell'Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.

Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.

Thursday, 17 April 2008

Più prosaicamente...

...uno torna in albergo dopo un'immersione del genere, accende il computer e legge del Presidente del Consiglio in pectore che incontra il suo omologo russo prossimo venturo in Sardegna. Didascalia: "vecchi amici".

Ora: capisco che Putin era di passaggio dalla Libia (buono pure quello); e capisco anche che di questi tempi possa sembrare quasi antipatriottico ricominciare con le schermaglie teatrali della politica nostrana. Però che tre giorni dopo le elezioni, il primo leader internazionale che Berlusconi incontri sia Putin (prossimo primo ministro), davvero non me lo spiego. O meglio, me lo spiego fin troppo, ma mi sembra quanto meno fuori luogo.

Monday, 14 April 2008

Amaro e dolce

È molto amaro pensare di essere rappresentato potenzialmente fino al 2013 (duemilatredici!) dal centrodestra, e da questo centrodestra. È oggettivamente amaro vedere tabelle con un divario del 9% (novepercento!) fra le due coalizioni maggiori. E tutto sommato è amaro vedere che la sinistra radicale, per quanto scalcagnata per organizzazione, sparisca dall'agone della democrazia parlamentare italiana.

È secondo me dolce vedere che quasi i tre quarti degli elettori italiani abbiano scelto i due partiti maggiori. Creare un bipolarismo by default e con la "porcata", è una potenziale meraviglia che solo l'elettore italiano poteva cacciare dal cilindro. Ma è "anche" il frutto delle scelte di Veltroni, che ha scommesso sugli sbarramenti e spinto il centro-destra a creare il PdL. E sarebbe dolce immaginare che quel 70% riuscisse a convergere su almeno alcune delle scelte economiche ed istituzionali fondamentali che aspettano la prossima legislatura.

Tutto questo scritto a caldo. Perchè da Belgrado, dove mi trovo a discutere di nazioni che si sgretolano, Europa che si allontana, e disoccupazione al 30%, tutto ha un altro sapore.

Thursday, 10 April 2008

La balcanizzazione dell'Italia

Questi ultimi giorni di campagna elettorale si sono imbruttiti per tono e temi. Per certi versi consola sapere che gli italiani all'estero hanno già votato.

Riportai tempo fa una dichiarazione di Angelo Rovati , braccio destro di Prodi, che all'indomani della caduta del governo sostenne che il Centro-sinistra è come l'ex Jugoslavia. Ironia della sorte, lunedì prossimo, mentre i primi risultati di queste inopportune elezioni cominceranno ad invadere siti e tv, io starò parlando agli studenti e docenti dell'Università di Belgrado, per poi spostarmi, 48 ore dopo, a Sarajevo.

Risparmierò all'audience serba citazioni infelici, ma dubito che lunedì riuscirò a togliermi dalla testa quella similitudine. Posso solo sperare che il risultato di queste elezioni non sarà pareggio, frammentazione, stasi: insomma l'ennesima 'balcanizzazione' del panorama politico italiano.

Tuesday, 25 March 2008

Il rovescio dell'inciucio

Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di "andare all'inferno." Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.

Trasposto all'Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell'ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l'agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.

Il compromesso è un'arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell'Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa 'al rialzo', frutto della sintesi e dell'abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.

La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell'inciucio--non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo 'ma-anchista'. Ora sembra essere tornati al caro vecchio 'manicheismo', al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.

Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.

Per quanto riguarda l'Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l'abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell'economia richiederebbero scelte concordate.

E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il 'compromesso storico' finì col pagare il prezzo più alto.

Friday, 14 March 2008

L'"irruzione" e il pentalogo

Leggo della politica estera che "irrompe" nella campagna elettorale, dopo le dichiarazioni di Antonio Martino su Libano (ns militari out) ed Iraq (ns militari in, again). Ho il sospetto che questa rimarrà una delle rarissime volte nelle quali si parlerà di politica estera in questa campagna elettorale, e francamente mi sembra sia stata un'occasione persa.

Come (sorprendentemente!) si legge in molte delle reazioni all'intervista a Martino, entrambe le questioni dovrebbero essere affrontate nel quadro degli impegni internazionali già presi. Si potrebbero (ri)discutere le regole d'ingaggio. Ma la nostra presenza militare in Libano e un ritorno in Iraq fanno entrambi parte di una discussione largamente legata al contingente.

Ci sarebbero invece dozzine di questioni più strutturali che non solo superano lo stereotipo centro-sinistra/europeista vs. centro-destra/atlantista, ma che richiederebbero qualche riflessione più approfondita, anche se il disaccordo fra i contendenti non è lampante.

Un pentalogo molto minimalista richiederebbe qualche parolina su almeno alcune delle seguenti questioni:

1) Come pensa di comportarsi il nuovo governo nel caso di nuova instabilità nei Balcani?

2) Come si comporterà il nuovo governo--filo-turco sia a destra che a sinistra--nel caso, probabile, che il processo di allargamento Ue alla Turchia si areni di nuovo?

3) Come può l'Italia--uno dei principali partner economici dell'Iran--giocare un ruolo più attivo nei negoziati sul nucleare?

4) Come agirà il nuovo governo--nella sostanza filo-russo sia a destra che a sinistra--riguardo all'involuzione autocratica del Cremlino post-Putin?

5) Quale sarà la posizione del nuovo governo italiano in merito all'Unione per il Mediterraneo di Sarkozy? (Ottimo post a riguardo sul blog di ItalianiEuropei).

Ecco, mi piacerebbe tanto ascoltare i due candidati premier esprimere un'opinione su alcune di queste questioni. Ma fra precari insultati e Ciarrapichi candidati dubito fortemente che avrò il piacere.

PS: Per la cronaca, l'omissione sul Tibet è voluta. Senza nulla aggiungere sulla gravità della situazione, è il classico tema che si presta molto al populismo elettorale e poco al dibattito programmatico, così come fu la Birmania nelle primarie del Pd .

Friday, 25 January 2008

Eulogy

Nell'autunno 1998, stavo studiando uno specifico capitolo sul manuale di diritto pubblico. Ricordo come fosse oggi che mi scervellai a cercare nella nostra storia repubblicana quella procedura che sembrava a me così logica. Lo sconforto della 'parlamentarizzazione' della crisi del primo governo Prodi fu mitigato solo da quella inaspettata coincidenza fra le auliche formule previste dall'ordinamento e le scalcinate prassi del nostro parlamento.

Giovedì scorso, non c'è stato niente di simile. Come avevo detto ad un settimanale americano all'indomani della vittoria del 2006, sono sempre stato piuttosto fiducioso che l'idea di imbrigliare le forze più rissose della coalizione in posizioni di governo sarebbe stata sufficente a portare a casa la legislatura. Forse ci presi su Rifondazione comunista, ma non su quell'onesto politico meridionale' (copyright Gianfranco Rotondi), che cita un'inesistente poesia di Neruda per motivare il suo voto contrario. E forse era quella stessa fiducia che ha animato l'ottimismo di Romano Prodi in questi 20 mesi di governo.

In qualche modo mi ci identifico, così come non posso non ammirare la sua scelta di presentarsi giovedì al Senato, ben consapevole dell'inevitabile. Quella che molti hanno definito "tigna", per Romano Prodi è un "concetto di democrazia ." In fondo, è lo stesso concetto che cercavo in quel manuale di diritto pubblico e, per quanto mi riguarda, merita rispetto.

Monday, 21 January 2008

I presidenti

Due storie di elezioni presidenziali, due storie di una democrazia che si allontana.

La prima riguarda Mikhail Saakashvili, l'eroe della 'rivoluzione delle rose' in Georgia nel 2003, che ha ieri inaugurato il suo secondo mandato alla presidenza a Tbilisi (alla presenza del ministro degli esteri russo Lavrov, tanto per gradire). Il primo quadriennio di Saakashvili è stato minato da un processo di riforme mai veramente avviato e da un'involuzione autocratica piuttosto preoccupante. Saakashvili è giovane e ambizioso, attributi utili, ma anche pericolosi in un paese dalla tradizione democratica così debole come la Georgia.

La seconda vicenda riguarda le presidenziali in Serbia, sempre ieri, che hanno visto l'ultranazionalista Tomislav Nikolic superare il presidente in carica, l'europeista Tadic. Per il risultato finale si dovrà aspettare il secondo turno in febbraio, ma la campagna si svolgerà in un clima reso rovente dalla controversia kosovara e dalle discutibili manovre del gigante energetico russo Gazprom. Il futuro democratico della Serbia non è morto, ma che non si senta tanto bene è un eufemismo.

PS, off topic: mi è stato chiesto di fare il testimonial per la mia università, esperienza piuttosto divertente. Finisco quello che ho cominciato e informo chi fosse per caso interessato a lavorare da queste parti che è stato appena aperto questo sito.

PPS ri-off topic: Ottimo corsivo sull'Italia nel FT di oggi, nel quale Martin Rhodes si districa brillantemente fra l''immobilismo', il 'trasformismo' e la 'stratificazione' della realtà politica italiana. Vale un paio di riletture.

Wednesday, 2 January 2008

La tattica e la non-crisi

Una prestigiosa rivista ha commissionato ad un collega americano un articolo sull'Italia. Da quanto ho sentito, sono convinto che ne uscirà un gran bel pezzo. Però il collega ha avuto la modestia di chiedermi un commento su come, secondo me, va il Sistema Italia di questi tempi.

Tema potenzialmente infinito, specialmente perchè in Italia ci sono 55 milioni di ct della nazionale e 55 milioni di presidenti del consiglio. Ma nel filtrare dozzine di questioni che mi passavano per la testa, alla fine me ne sono uscito con due commenti.

Il primo è che in Italia la tattica conta sempre più della strategia. Specialmente in politica, la paralisi fa si che l'evoluzione del Paese proceda, quando procede, nel breve termine e raramente nel lungo. La politica che non offre una visione di se stessa nel lungo termine è destinata a rimanere la vittima dei suoi stessi meccanismi. E il 'grillismo' ne è una conferma.

Il secondo commento segue dal primo, e riprende una tesi che l'Economist propose un paio di anni fa. Ovvero, l'Italia non ha avuto una vera crisi. L'instabilità cronica dell'esecutivo non c'entra in questo caso, così come non c'entra la crescita stentata dell'economia. Il punto è che, anche nelle fasi più buie di Tangentopoli, raramente si è diffusa nel Paese la percezione di aver raggiunto il fondo, quello dal quale si può risalire solo se ci si rifonda completamente.

Per tutti i suoi limiti, mi viene in mente a questo proposito l'esempio di Gerhard Schroeder e della sua Agenda 2010 del 2003. Per quanto quel pacchetto di riforme fosse, in grossa parte, un prodotto bipartisan (la CDU controllava la Camera alta), Schroeder ci mise fondamentalmente la faccia, fu costretto ad indire elezioni anticipate nel 2005 e le perse. Si può non condividere la sostanza di quelle riforme e non si può dire che Schroeder non fosse anche un grande tattico. Però è questo tipo di visione a lungo termine, soprattutto quando le difficoltà non sembrano delle emergenze, che legittima la politica e ne preserva la credibilità.

Monday, 17 December 2007

"Ci metterei la firma"

L'articolo del New York Times sull'Italia ha, com'è noto, coinciso con la visita del presidente Napolitano a Washington e a New York. Le sue reazioni all'articolo sono state discutibili. E' vero, come ha sostenuto, che la notizia giornalistica si basa troppo sulle ombre piuttosto che sulle luci. Però è riduttivo sostenere che l'articolo fosse squilibrato e contenesse idiozie.

Detto questo, è più che giustificato che un presidente in visita ufficiale prenda le difese del proprio paese. E Napolitano non l'ha fatto con la stizza e suscettibilità dell'offeso che sta sulla difensiva, ma col piglio, la competenza e lo stile di chi ha qualcosa da sostenere.

Ha citato Keynes ("spiriti animali"), Hemingway ("addio alle armi") ha comparato il sistema repubblicano francese ed italiano con un parallelo interessante fra 'rivoluzione' e 'evoluzione.' Come mi ha detto un collega l'altro giorno: "ci metterei la firma a ragionare in quel modo nella mia seconda o terza lingua ad 82 anni".

Il problemi dell'Italia rimangono, così come il rammarico che quel collega non possa incontrare un presidente meno vicino all'età pensionabile. Però ascoltare Napolitano in inglese (qui il video del suo incontro al Council on Foreign Relations) è oggettivamente un piacere.

Wednesday, 14 November 2007

Baciamo le mani

Forse ispirato dagli ultimi arresti mafiosi, mi sono imposto la visione del Padrino di Coppola (3 film x 3 ore l'uno, in un weekend morto gli si fa). Tralascio lodi ai primi due film e cercherò di sorvolare sul terzo che, oltre al plot un po' forzato su P2, Vaticano e Roberto Calvi, soffre della recitazione strappalacrime (di dolore dello spettatore) di Sofia Coppola nei panni della figghia di Don Corleone.

Una delle cose che mi hanno colpito di più, questa volta, è la raffigurazione della realtà italo-americana. Multiforme e mutevole, e certamente mutata rispetto agli anni a cui il film fa riferimento. Ma non troppo diversa nei valori e costumi da quella, per esempio, raffigurata nei Sopranos, che è ambientato ai giorni nostri (a proposito, lo danno in Italia?).

Dopo qualche mese a zonzo per la East Coast mi sono effettivamente reso conto che la realtà dei film non è poi troppo stereotipata. Non mi riferisco qui ovviamente ai cittadini italiani che volente o nolente, hanno deciso di abitare qui, nè allo stereotipo della criminalità organizzata. Mi riferisco a quella comunità, numerosa, di cittadini americani che si è radicata in delle tradizioni ed abitudini italiane che in Italia non esistono quasi più.

Incidentalmente la cosa mi fa pensare agli immigrati in Europa. Fenomeno diverso, parallelo forzato, mi si dirà. Ma poi penso ai (3,7 milioni di) turchi che vivono in Germania e ai miei amici di Istanbul o Ankara. Penso ai rumeni in Italia e ai miei amici di Bucharest o Sibiu. E penso a tutti quei tedeschi ed italiani che oggi sputano sentenze inappellabili su Turchia e Romania.

Cronaca alla mano, non posso biasimarli. Ma credo ci sia una tendenza a sottostimare quanto l'immigrazione influenzi la percezione di un determinato paese.

Wednesday, 3 October 2007

Note sparse sulla politica giovane

La costituzione vieta a Vladimir Putin (55 anni) di ricandidarsi alla presidenza russa ma nessuno ha mai creduto che Putin si sarebbe ritirato così giovane. Puntualmente lunedì ha indicato che nel 2008 si potrebbe candidare al posto di primo ministro (da lui già occupato nel '99). Il che vorrebbe dire che il nuovo presidente russo (chiunque sia) diventerà poco più influente della regina d'Inghilterra.

A proposito di Gran Bretagna, continuano a scorrere fiumi d'inchiostro sul dopo-Brown. Ipotesi non del domani ma forse del dopodomani, e utile per dare uno sguardo all'anagrafe della politica inglese, nella quale i Cameron (41 anni) o i Miliband (42) non sono neanche tanto enfants prodiges.

Nel frattempo, Yulia Tymoshenko (46 anni) ha fatto faville nelle elezioni in Ucraina domenica scorsa. È possibile che la Pasionaria possa essere nominata primo ministro. Purtroppo, però, quel paese disgraziato continua a rimanere in bilico e la Russia ha già minacciato di tagliare nuovamente il gas.

Per quanto mi riguarda, mi sono confrontato e confortato giorni fa col sindaco di Washington, l'iperattivo Adrian Fenty: 37 anni, democratico e di origini italiane (anzi, Frosinoooun, come dice lui). Per me una rivelazione. Che sia di buon auspicio per il candidato suo coetaneo in Italia.

Infine, domani sarò a Houston, Texas per partecipare ad un dibattito del Young Leaders Program promosso dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Temi: energia e ambiente. Non potrebbe essere più appropriato, in Bush-country.

Sunday, 16 September 2007

Let's talk welfare

Ho scritto giorni fa che gli italiani all'estero non sono "specie protetta" ma una risorsa che potrebbe e dovrebbe contribuire al dibattito nel nostro Paese con un bagaglio di esperienze e conoscenze largamente sottostimato. Provo razzolare un po' sul predicato parlando di welfare.

Personalmente ho avuto l'opportunità di vedere da vicino due realtà teoricamente agli antipodi per quanto riguarda il modello di stato sociale che propongono: gli Stati Uniti e la Danimarca.

Ho sentito diverse persone parlare molto positivamente--udite, udite--della sanità americana: servizi all'avanguardia, professionalità impeccabili ecc. Ma i limiti di questo sistema sono ultranoti e non è necessario andarsi a vedere Sicko di Michael Moore per capirli. Un sistema nel quale un cittadino su 7, 47 milioni di persone, non è coperto da assicurazione sanitaria è strutturamente predisposto a squilibri enormi.

Più controverso è criticare il modello scandinavo. Un sistema nel quale, per esempio, i sussidi di disoccupazione raggiungono l'85% dello stipendio e vengono erogati fino a 4 anni dopo il licenziamento farebbe sentire qualsiasi residente straniero come Alice nel paese delle meraviglie. E diverse voci autorevoli (vedi per esempio qui e qui) si sono spese sull'opportunità di importare nel nostro Paese alcuni elementi di questo modello, fra gli altri la cosiddetta 'flexicurity'.

La realtà però è più complessa. Un sistema dinamico e oggettivamente generoso come quello danese, per esempio, fatica enormemente a gestire ed integrare i flussi migratori, ha prodotto la legislazione sull’immigrazione più rigida d'Europa e profonde fratture all’interno delle realtà locali.

Ora: è facile dire che un modello di welfare sostenibile ed equo debba coniugare solidarietà e competitività, diritti del cittadino e pragmatismo, trasparenza ed efficienza. È più difficile trovare risposte adattabili ad una realtà frammentaria come quella italiana. Per questo non è superfluo discutere del funzionamento concreto, quotidiano del welfare in altri paesi europei.

E sulla base delle esperienze di riforme in altri paesi europei, non è superfluo porre, in modo costante, martellante, la madre di tutte le domande: nell'Italia gerontocratica di cui parla Mario Adinolfi, a chi giova parlare di welfare? Per la nostra generazione, è una domanda tutt'altro che retorica.

Sunday, 9 September 2007

Eppur non si muove

Nel momento in cui scrivo, il comitato dei garanti dell'Ulivo non ha ancora pubblicato nè moduli per la raccolta firme nè 'regolamento attuativo' delle primarie del Pd per gli italiani all'estero. Il tutto doveva essere 'telematico', sarà--stando a quanto è emerso finora--cartaceo. Capolinea a Roma (posta, aereo, FedEx.. choose your poison) domenica 23 settembre.

Le conclusioni può trarle chi legge, io ci metto il titolo.