Tuesday, 30 December 2008
Questa mi mancava
On topic, fra le cose che mi mancavano: anch'io alla fine ho ceduto a facebook. Mi preparo quindi ad un inizio 2009 ipnotizzato su quest'aggeggio.
Friday, 12 December 2008
Cartoons
Thursday, 4 December 2008
Come dici?
È la quinta volta che mi rileggo questa risposta di Veltroni ad una domanda sulla collocazione del Pd nel Parlamento europeo. Serenamente, pacatamente, non ci ho ancora capito nulla.
Tuesday, 2 December 2008
Squadra di rivali
I vantaggi e i rischi di una tale scelta sono piuttosto intuitivi: da un lato la possibilità di fare scelte bipartizan e di scegliere persone in base alle competenze, dall'altro una squadra di prime donne che non perdono occasione di pugnalarsi alla schiena e pugnalare il comandante in capo.
Non resisto però ad un parallelo forse ingeneroso, con un rimpasto del governo Berlusconi che lasci in poltrona i soli Brunetta e Tremonti e metta per dire, Rutelli all'ambiente, Parisi alla Difesa, Enrico Letta alle attività produttive e, ovviamente, D'Alema agli Esteri.
Altro che collocazione del Pd nel parlamento europeo: se Mr. B riuscisse a replicare la manovra Villari in modo minimamente più elegante, secondo me il Pd rischierebbe seriamente l'estinzione.
Saturday, 22 November 2008
Il G-19
Mega-raduno della confindustria danese l'altro giorno a Copenaghen, con ospite d'onore Joschka Fischer, il caustico ex-ministro degli esteri tedesco. Fischer comincia il suo discorso sul futuro dell'Europa descrivendo la foto della cena del G-20 riunito a Washington per la crisi finanziaria.E' una questione di protocollo, ha notato, che l'ospite Bush si sieda al centro, e in maniera piuttosto gerarchica a fianco a lui si siedano via via presidenti, poi i primi ministri, e via dicendo. L'aspetto curioso e abbastanza rivelatore della forza europea, ha poi notato Fischer, è che tutti i leader europei, a partire da Sarkozy, poi Brown, poi Merkel, poi Barroso, erano relegati agli angoli del tavolo. Tre secondi di pausa. Ah, si ! C'era anche il "nostro amico Berlusconi" all'angoletto, aggiunge, nella battuta che ha preceduto l'unica risata grassa collettiva degli settecento ingessatissimi industriali danesi.
Avrei tanta voglia ogni tanto di dire che ognuno farebbe bene a guardarsi gli affari di casa propria invece di criticare. Ma quando l'onore dello sberleffo collettivo è riservato sempre e solo a noi italiani, a me quella voglia è passata da tempo.
Sunday, 2 November 2008
It really is time
Un po' per scelta, un po' per una cronica allergia all'hi-tech, ci ho messo più di un anno a caricare la prima foto su questo blog. L'occasione mi sembra di quelle che meritano. Mi è capitato diverse volte di parlare qui delle elezioni americane. All'inizio ero li', poi l'ho vista da qui, poi ero di nuovo lì. Mi è capitato di spendere qualche parola per John McCain, un politico che ha un track-record di indipendenza invidiabile e di cui qualsiasi democrazia non potrebbe che giovarsi. Ho scritto dei vari primari e comprimari (da Joe Biden a Hillary e Bill Clinton) che in un modo o nell'altro hanno animato quell'enorme circo che sono le elezioni americane.
Più di tutto, ovviamente, ho cercato di capire e di spiegarmi la campagna di Barack Obama. Fiumi di inchiostro sono stati spesi sulla questione, e altrettanti ne saranno spesi dopo il 4 novembre, comunque vada.
Se alla fine dovessi sintetizzare in una frase quali sono le qualità del candidato democratico che mi avrebbero portato a votarlo, direi la sua capacità di ascolto. Facile, mi si dirà, parlare di 'Hope' e 'Change' quando non si ha niente da perdere, come era il suo caso all'inizio. Facile dimostrarsi calmo e posato in situazioni di crisi come la Georgia o Wall Street quando si è in vantaggio. Facile dimostrarsi "presidenziale" quando si ha carisma ed eccellenti doti retoriche.
Premesso che non credo che niente di tutto questo sia facile, quello che ho cercato di intuire è stata l'abilità o meno di Obama di imparare in tutti quei settori nei quali il Senatore dell'Illinois non ha alcuna esperienza esecutiva: dalla politica estera all'economia.
L'impressione che ne ho tratto è stata di un candidato consapevole dei propri limiti ("i will not be a perfect president" ripete fino alla noia nei comizi) ma equilibrato nel circondarsi di persone preparate (soprattutto il team economico) e di scaricare quelli che per un motivo o per un altro si sono rivelati inadeguati (il rev. Wright, o Samantha Power in politica estera).
In un lavoro impossibile come quello di Presidente degli Stati Uniti la capicità di tenere occhi e orecchie aperte a chi ti sta intorno mi sembra una qualità fondamentale e, for what it's worth come dicono da quelle parti, credo che Obama ce l'abbia. Per me è più che sufficente per farne il candidato migliore per quel lavoro impossibile.
Friday, 17 October 2008
Gomorra bulgara
Leggo con una certa preoccupazione la pacatissima e serenissima inchiesta dell'International Herald Tribune, che da alla Bulgaria la non invidiabile palma di paese piu' corrotto d'Europa. A scanso di equivoci, l'IHT mette in prima pagina anche una fotona del primo ministro Stanishev che gigioneggia con un mafioso.
Ironia della sorte, leggo l'articolo in volo verso Sofia, dove parteciperò oggi ad una tavola rotonda organizzata dal gruppo socialista del Parlamento Europeo (che, con molta fantasia, ha scelto un simbolo praticamente identico al PSI di Craxi).
Anche Stanishev si è fatto vivo alla conferenza e con un certo sollievo posso documentare che a nessuno dei partecipanti è stato torto un capello. A parte a me, che è sparito il bagaglio.
Tuesday, 7 October 2008
Wednesday, 1 October 2008
L'Euro-boria is back
L'Euro-boria is back, come se non peggio dei giorni in cui Washington era impantanata in Iraq. Il modello americano ha fallito e l'Europa, con il suo modello capitalistico e democratico dal 'volto umano', per dirla come i sessantottini, alla fine avrà la meglio.Gli eccessi di alcuni investitori americani questi giorni sono sotto gli occhi di tutti, così come l'arroganza dell'amministrazione Bush durante e dopo l'invasione in Mesopotamia. Il problema vero è che allora come oggi, l'Europa ha poco di cui gioire o rallegrarsi.
Nel 2003-2004 l'Europa aveva qualche pezza d'appoggio per giustificare la sua arroganza falsamente modesta, per esempio l'allargamento dell'Ue in Europa centrale. Solo poi (per esempio con i referendum in Francia, Olanda e piu' recentemente in Irlanda) si è capito che anche noi l'espansione ad Oriente non l'avevamo proprio preparata a dovere.
Oggi, non ci sono nemmeno quelle pezze d'appoggio. Le banche europee cominciano a traballare; alcune delle economie dell'area euro sono sull'orlo della recessione; e i costi dello stato sociale continuano ad essere altissimi ed insostenibili.
Detto questo, la realtà più difficile da digerire per alcuni europei è che quando gli americani sbagliano, che sia in Iraq o a Wall Street, a pagare in un modo o nell'altro siamo ancora tutti.
Wednesday, 24 September 2008
Surreale e sovietica
La cosa che mi ha sorpreso di più, invece, è stata la concentrazione inaspettata e inimmaginabile di Ferrari, Porsche e automezzi di lusso vari in un paese, l'Estonia, che il benessere se lo è conquistato principalmente con la tecnologia e non come il suo vicino orientale, con la petrocrazia.
Tuesday, 9 September 2008
I Democratici e il rispetto
"I Democratici parlano a nome dei meno ricchi; propongono politiche con delle buone intenzioni per aiutarli; la disuguaglianza li inquieta, e vogliono fare qualcosa per affrontarla. Il problema è che non hanno rispetto per gli oggetti della loro sollecitudine. La loro compassione si mischia al disdegno, quando non al disprezzo."
Così comincia un articolo di Clive Crook sul Financial Times dell'8 settembre. L'articolo riguarda i democratici americani e le ragioni per le quali John McCain potrebbe alla fine anche vincerle, queste presidenziali. Ma provate a leggerlo tutto, l'articolo. Provate ad eliminare i riferimenti al porto d'armi, a Dio e alla differenze fra bianchi e neri. Provate a sostituire i riferimenti a Sarah Palin (la candidata alla vice-presidenza di McCain) con un qualsiasi politico nostrano della destra più populista.
Secondo me troverete diverse ragioni per le quali la sinistra in Italia, Danimarca, Francia e gran parte dell'Europa di questi tempi perde regolarmente le elezioni.
Tuesday, 2 September 2008
Gli straordinari
A basic agenda for an extraordinary summit
FABRIZIO TASSINARI
01.09.2008 @ 19:00 CET
EUOBSERVER / COMMENT - There will be much on the agenda as EU leaders convene on 1 September for an emergency summit on the fallout from the Georgia-Russian conflict. The most urgent task concerns Georgia's immediate post-war predicament.
A reconstruction plan, support for a UN-led investigation on the events of the war, and sending in observers or peacekeepers have been among the ideas floated in recent days. They will have to be seriously considered if the EU is to follow up on the timely but somewhat limited peace-brokering efforts of the past weeks.
The larger, and more elusive, question concerns what's next for the EU and Russia. The possibility of imposing sanctions, freezing negotiations on a visa-free deal or even on the broader framework agreement, has generated some misgivings on the usual - and valid - ground that the EU and Russia are too interdependent to be able to just sever their relations to such an extent. But testifying to the significance of the crisis, these options are on the table.There is room for taking it a step further, and turning the crisis into an opportunity to at least kick-start a long-overdue discussion on the flaws of, and possible solutions to, the EU's approach to Russia.
The most outstanding liability is the notorious lack of coordination within the EU. It concerns different EU institutions, often running their own Russia policy. It afflicts its member states, with their contrasting positions on Moscow. This is not a conundrum that Europe will be able to solve any time soon.
Yet, in order to ensure a more consistent response to Moscow, some sort of code of conduct (or "solidarity" as it's called in Central Europe) on Russia would at last be in order. This should not be a formal, and inevitably watered-down, commitment: the EU has already been there with the ill-fated Common Strategy on Russia of 1999.
It would have to be a more basic list of dos and don'ts enabling Member States to achieve better consultation and swifter coordination, in the event of new crises between Russia and individual countries in the EU or in its neighbourhood.
The recent crisis should also give enough evidence to bury once and for all the pretence of some Europeans that a policy of incentives based on the EU acquis can still provide for the script in the bilateral negotiations with Moscow.
This means that, when dealing with Russia, what the EU is left with is basically the practice of log-rolling between unrelated issues. Euro-purists might roll their eyes at this proposition, but in recent years that has proven to be the only way to get something out of Russia.
The most notable example in this respect is still the 2004 deal, under which the EU gave its go-ahead to Russia's accession to the World Trade Organisation in exchange for Moscow's ratification of the Kyoto protocol on climate change. Such a trade-off, and on this kind of issue is light-years away from today's name of the game. But one only needs to look at the numerous sectoral "dialogues" in which the EU and Russia are engaged to imagine possible combinations.
Shifting the EU's Ostpolitik
Thirdly, the conflict should prompt a shift in the EU's Ostpolitik. The paradox here is that the substance of the European Neighbourhood Policy (ENP) is for the time being as good as it gets for the former Soviet countries, and yet the feedback from Ukraine, Moldova and Georgia itself over the past years has largely been negative.
Time is ripe for the move that has been floating in EU corridors ever since the ENP was first launched: separate the Eastern European component from the Mediterranean one and call it something else - possibly with the word "integration" in it.
The EU is not exactly known for reacting to crises with powerful symbolic gestures. Any such shift could help push further some existing ENP provisions, but it is unlikely to lead to an EU membership perspective for Ukraine or Moldova in the foreseeable future.
Yet, if further evidence were needed, the war and the recognition of the independence of South Ossetia and Abkhazia have demonstrated that Russia's assertive posture in the "near abroad" has now crossed the Rubicon. Brussels' incremental and inclusive approach is the only strategic response Europe can provide, and must reinforce it.
Above all, on 1 September, the EU will have to aim for the kind of pragmatism that it has rarely been able to display in its relations with Moscow. Urgency can trigger some genuine unity on Russia. Visible, short-term measures can for once supersede long-term, and often wishful, thinking. The least common denominator among Member States can sometimes deliver tangible outputs. A pragmatic EU, after all, is what Moscow also claims to be interested in - and would most probably not expect.
Saturday, 23 August 2008
Il potere scaltro
Il suo discorso in quell'occasione fu abbastanza carico retoricamente, il Senatore si smarcò piuttosto abilmente da domande a trabocchetto su McCain e Obama, e il messaggio finale che mi lasciò alla fine potrebbe non essere rivoluzionario, ma è ampiamente condivisibile--in puro stile ways-of-Washington. Non esiste "hard power" (L'America, ndr) o "soft power" (L'Europa ndr), disse il Senatore, esiste solo lo "smart power", il "potere scaltro".
E scaltri, a mio parere, i democratici si sono dimostrati. La guerra in Iraq sembra essere stata sorpassata nei sentimenti degli elettori americani dalla crisi economica. Gli sviluppi della situazione in Georgia, però, sono un monito abbastanza esplicito che quello che Bob Kagan chiama il "Ritorno della Storia" è una realtà che potrebbe ricominciare a pesare in campagna elettorale. Serviva un uomo di esperienza in politica estera per accompagnare Obama alla Casa Bianca, e Biden lo è.
Biden presiede la Commissione affari esteri del Senato e ha un discreto pedigree bipartizan. La sua lunga permanenza in politica minerà un po' il messaggio di cambiamento con cui Obama ha martellato gli americani nell'ultimo anno. E McCain probabilmente se ne servirà per confermare che il cambiamento proposto da Obama è tutto fumo e che il giovanotto in fondo non è preparato. Nelle settimane più recenti, i sondaggi (per quello che valgono) suggeriscono che la tattica dell'attacco frontale funziona. D'altro canto, per Obama, era quasi una scelta obbligata, e adesso i democratici dovranno lavorare per cercare di far quadrare il cerchio intorno a questo ticket ben assortito ma eterogeneo.
Tifo spudoratamente che riescano a rimanere scaltri fino alla fine.
Wednesday, 13 August 2008
Le morali di una guerra
La prima direi è che la Russia, per la prima volta dall'elezione di Putin nel 2000, ha dimostrato che alle parole (e qualche interruzione energetica) seguono i fatti. La Russia difficilmente sarà isolata dopo la guerra. L'occidente non se lo può permettere e il mondo non è più unipolare.
La seconda è che Saakashvili ha tirato troppo la corda. L'avevo scritto qualche mese fa: il presidente georgiano è giovane ed ambizioso, due attributi pericolosi in un paese come la Georgia. Comunque siano andate veramente le cose, Saakashvili ha alzato i toni, provocato, e portato la Georgia sull'orlo di un'invasione russa fino a Tbilisi. Ora rischia il posto, ma anche se non lo rischiasse, ha decisamente perso l'aura di eroe romantico che si era creato e che gli americani hanno sostenuto e promosso.
La terza conseguenza riguarda proprio gli Stati Uniti. Con Bush a fine mandato, ai minimi storici di popolarità e con l'esercito 'overstretched' in Iraq, era inverosimile immaginare un sostegno militare americano. Che però Washington, in questa occasione, si sia praticamente limitato a facilitare il rimpatrio dei soldati georgiani di stanza in Iraq e a sostenere la missione europea guidata da Sarkozy la dice lunga sulla posizione degli Stati Uniti e sulle conseguenze per Tbilisi. La Georgia è un paese che si è inventato un americanismo quasi kitsch: la prima cosa che il passeggero incontra all'uscita dell'aeroporto di Tbilisi è un enorme poster con George W. che digrigna la mascella e saluta con la manina. I georgiani erano arrivati a sperare che potessero presto entrare nella NATO, grazie al sostegno americano. Quel sostegno non è servito in occasione dell'ultimo vertice dell'Alleanza, ed è molto, molto improbabile che arrivi ora.
Monday, 28 July 2008
Il peccato turco
L'attentato terroristico ieri è un'altra spallata al futuro europeo di Ankara. La prossima potrebbe venire a giorni dalla Corte Costituzionale che si pronuncerà sulla richiesta di sciogliere il partito di maggioranza AKP e di proibire a decine di alti funzionari, incluso il PM Erdogan e il Presidente di fare politica. Il tutto per le loro tendenze islamiste.
Questi i fatti, e questo anche in apparenza il punto fondamentale. L'AKP sta islamizzando la Turchia e i falchi laici (soprattutto lo stato maggiore dell'esercito) devo raddrizzare nuovamente il paese in direzione 'kemalista.'
La dialettica laicismo/religione non dice tutto, però. Innanzitutto non spiega completamente la recente serie di impressionanti errori tattici di Erdogan: insistere sulla nomina di Gül alla presidenza, una forzatura forse evitabile; cercare di riformare la costituzione (del 1980 e scritta dai militari, bisogna aggiungere) senza consultare l'opposizione; infine la storia del velo nelle università, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Ci sono stati segnali piuttosto evidenti, soprattutto nell'hinterland dell'Anatolia di una graduale involuzione tradizionalista e religiosa, a partire dal consumo di alcohol. Ma dubito profondamente che la decisione strategica di Erdogan fosse quella di ritornare al califfato. E' stato più europeista di tutti i suoi predecessori laici, e ha sempre detto di vedere l'AKP come una specie di partito democristiano alla tedesca. Però di scelte discutibili e a mio parere erronee ne ha fatte. Poteva contare su una maggioranza schiacciante dal 2007 e l'ha usata in modo sconsiderato.
L'altro elemento che scardina il dualismo laicismo/religione è proprio il ruolo dell'Ue. Mentre Erdogan si guadagnava le stellette di campione a Bruxelles, i laici sono fondamentalmente diventati il gruppo più anti-europeo della Turchia. Perchè? La risposta più ovvia è che molte delle riforme dettate dall'Ue vanno proprio in direzione di quella diversità sociale e culturale che secondo i Kemalisti rappresenta il cavallo di Troia per l'islamizzazione. L'altra, più scomoda verità è però che queste riforme, specialmente riguardo al controllo civile delle autorità militari, scardinano i pilastri del potere delle forze armate turche.
Dietro a questo scontro filosofico e culturale, in altre parole, si annidano motivi ben più terreni. Il fatto è che la situazione si sta deteriorando ogni giorno che passa. Peccato davvero.
Tuesday, 22 July 2008
Il macellaio
Le modalita' e le circostanze dell'arresto di Radovan Karadzic, uno degli ultimi macellai della guerra nell'ex-Yugoslavia in liberta', sono fondamentali per misurarne le conseguenze. L'arresto e' importante, importantissimo: per la Serbia che vuole entrare in Europa, per la credibilita' della giustizia internazionale, per le famiglie delle vittime di stragi come quella di Srebrenica.
Decisivo, pero', ancora no: non per chisura delle ferite della guerra, che in Bosnia rimangono ancora aperte. E soprattutto non ancora per la transizione della Serbia. Ad un Karadzic che lavorava nascosto in una clinica di periferia sotto falso nome fa da contraltare un Mladic ancora in liberta', che probabilmente puo' godere di una protezione molto meglio organizzata (era un generale), e che ha responsabilita' materiali molto piu' pesanti.
Come dicono oltre-oceano: "the jury is still out." Io, nel frattempo, ne discuto stasera alla tv danese.
Thursday, 10 July 2008
La (ri)Fondazione
Tuesday, 8 July 2008
La mia
[Comment] How the Union for the Mediterranean will work
FABRIZIO TASSINARI
07.07.2008 @ 06:31 CET
EUOBSERVER / COMMENT - Ever since Nicolas Sarkozy tried to bulldoze his plans for a Mediterranean Union into the European debate, the new scheme seems to have made the headlines mostly for the amount of bashing it has received. Yet, if the initiative has a shot at working, it is for reasons that are both the same and completely the opposite of those initially dreamed up by the French.
Sarkozy had envisioned something that would do to the Mediterranean what Monnet and Schuman did to Europe in the 1950s: a bold integration initiative of which "our children will be proud." July 13th, when the plan is to be officially launched, is supposed to be "the day when all of us will have to meet history." That this inspired rhetoric has fallen on deaf ears is an understatement. European capitals, most notably Berlin, politely turned down the original idea on at least three counts: it was feared it would further weaken the common EU foreign policy; it was regarded as a surrogate for Turkey's EU membership bid; and it was seen as a potential competitor to the European Union itself.
After some wrangling among key EU member states, the baton has since passed to the European Commission, which unveiled its proposal in May. At face value, the Commission has been forced into the EU's characteristic institutional overkill. The new initiative will be embedded in the existing framework, the so-called Barcelona process. It will complement and upgrade its ongoing work. Its new official name: 'Barcelona Process: Union for the Mediterranean.'
A diverse bunch of unruly neighbours
Even diluted as it now is, this new enterprise is still an inevitable outcome of the most serious flaws of the EU's Mediterranean policy. For over a decade, the EU has chased a quixotic, comprehensive rapprochement with a diverse bunch of unruly neighbours spanning from Morocco to Jordan. The Barcelona process, after all, is modelled on the three-basket architecture of the 1975 Conference for Security and Cooperation in Europe.
Yet, the Middle East and North Africa have hardly moved closer the political standards that the EU has timidly sought to promote. Authoritarian regimes in the South appear as resilient as ever. The Middle East stagnates in its perilous stalemate. Most worryingly, the vision of a single Mediterranean space umbilically bound to the EU by historical ties and economic interdependence has been trumped by the prevalent European perception of its Southern backyard as the prime source of illegal migration, fundamentalism and terror.
This sorry record can explain why recent initiatives in the region go in the direction of a diversification and devolution of EU policies. The European Neighbourhood Policy has added a bilateral dimension to the cumbersome deals that the EU had sealed with its Southern counterparts under the Barcelona regime. Europe has called (without much success so far) for a more substantial South-South cooperation among North African and Middle Eastern countries. Faced with the longstanding paralysis of the political dialogue, the EU has placed more emphasis on the cultural and social realm of its policies.
Gradual devolution
Also, in light of the present post-Irish referendum gloom, the Union for the Mediterranean represents another step in the direction of this gradual devolution. The new initiative will focus on specific projects in areas such as energy, environment, and transports. Its secretariat will effectively be a technical office for project coordination. It will be chaired by two rotating consul-like figures, one from Europe and one from a North African country. But it is more logical to imagine these personalities speaking for their respective constituencies than on behalf of the Mediterranean as a whole.
Put another way, rather than heralding a new era of Mediterranean unity, this new scheme will at best provide substance to some sector-specific cooperation and counter Brussels' centralizing tendencies. Whether and how this move will change the way Europeans perceive threats emanating from the South remains to be seen. But the involuntary moral of this saga may well be that the sooner the EU stops looking at its Southern periphery as the chimerical 'Mediterranean', the better it will be equipped to deal with its troubles.
Monday, 30 June 2008
I 20 intellettuali "akbar"
Sunday, 22 June 2008
Euro-Clausewitz
Il calcio lo seguo con la sagacia e competenza degli altri 55 milioni di CT che si aggirano disoccupati in Italia. Quindi se devo dire anche io la mia, direi che la cifra della partita di stasera sarà capire chi delle due contentendi ha la difesa più moscia
Detto questo, mi ha sempre affascinato il paragone, un po’ forzato e un po’ no, fra la palla che rotola e la politica internazionale (vedi, per esempio, How Soccer Explains the World: An Unlikely Theory of Globalization di Franklin Foer). La cosa mi è tornata in mente ieri sera mentre vedevo come la Russia strapazzava l’Olanda.
Quattro anni fa la Russia era stata la prima squadra ad uscire, la Francia e l’Inghilterra sembravano dover spaccare il mondo, e alla fine vinse la piccola Grecia. Il paragone con la politica cosa mi incuriosì a tal punto che vidi la necessità di scriverne sull’ International Herald Tribune. Quest’anno sono in altre faccende affaccendato e oltretutto non posso riscrivere lo stesso articolo.
Certo è che in quattro anni la Russia di passi avanti ne ha fatti.
Thursday, 19 June 2008
Il drizzone
Per la terza e ultima puntata della mia settimana americana, a breve un video qui.
Tuesday, 10 June 2008
Settimana americana 2
Come anticipato qui sotto, la prima parte della settimana è stata effettivamente più italo-americana che americana: il workshop del Consiglio Italia-Stati Uniti a Venezia.
Ottimo il discorso di Sergio Marchionne in apertura che, nel suo pullover di ordinanza, ha vivisezionato il panorama economico internazionale citando un po’ di tutto: dall'IMF, ai Dire Straits, a Tostoy.
Interessanti, nella mia ignoranza, le sessioni economiche all'inizio e quella su internet alle fine, ma ancora di più, per ovvi motivi, la seconda sulla ricostruzione ‘post-conflict’ e la terza sulla Russia.
Nel dibattito sulla ricostruzione, animato dalla sempreverde Lilli Gruber, Paddy Ashdown in particolare ha sintetizzato brillantemente le lezioni positive della sua esperienza come Alto Commissario in Bosnia.
Ashdown non si è soffermato molto sulle lezioni negative, neanche quando queste sono effettivamente emerse dal dibattito in sala. Mi riferisco in particolare alla questione della ‘ownership’, ovvero come ed in che misura si cedono le redini del governo ai locali quando un protettorato internazionale comincia ad esaurire il suo compito. L’inghippo della ownership ha un po’ tarlato la comunque ricca eredità che Ashdown ha lasciato a Sarajevo, ed ha decisamente tarlato l’operato del suo successore Schwartz-Schilling.
La terza sessione sulla Russia è stata moderata da un Sergio Romano molto provocatorio (ha piu o meno detto che nell'Ucraina meridionale non ci sono ucraini) e con un ficcante Yegor Gaidar, ex primo ministro russo. Io ci ho messo del mio, che, confesso, morivo dalla voglia di citare, in Italia, una frase pronunciata da Putin un paio di anni fa: “La parola Mafia non è stata inventata in Russia.”
Seguirà la parte americana vera e propria, in una Washington a quasi 40 gradi, climaticamente e politicamente. Nel frattempo l’aneddoto è che non sono partito col primo volo assegnatomi e ‘pagatomi’ da fondi federali americani perchè—cito la compagnia aerea—la carta di credito (dei fondi federali) era scoperta. Bah.
Saturday, 7 June 2008
Sunday, 25 May 2008
Il metodo GTSS
Anti-politica; protesta civile; metodo GTS per Grillo/Travaglio/Saviano (copyright di Severgnini, al quale forse aggiungerei un'altra S del suo collega Gian Antonio Stella, autore de La Casta): lo si chiami come si vuole, a me il fenomeno non convince.
Sia ben chiaro: non è una questione di patriottismo nè di qualunquismo. Non è un attacco al giornalismo d'inchiesta, nè un mini-editto bulgaro contro la satira. Più semplicemente è una sensazione che mi è istintivamente venuta dopo la visione, nella mia ultima giornata italiana settimana scorsa, dell’atteso film Gomorra.
Anche in questo caso, i distinguo non sono mai troppi. Il film è a mio parere molto ben fatto. In particolare--da profano del settore quale sono--ho trovato molto significativi quei contrasti fra i frequenti primissimi piani dei vari camorristi e quei secondi piani sfocati del degrado sociale di Scampia. Ed il successo di Gomorra, come quello de La Casta, del VDay, o anche delle requisitorie di Marco Travaglio, devono molto non solo ai temi trattati, ma al talento dei rispettivi autori.
Però il corollario, a mio parere non voluto dagli autori, di questi enormi successi è che rischiano di rendere l'Italia più indifendibile di quello che è. Non parlo della casta o della criminalita' organizzata, che sanno difendersi e attaccare benissimo da sole. Parlo del cittadino comune, quello onesto, che fa il suo dovere nonostante l'evidenza e che talvolta si convince di combatterla, l'evidenza, costruttivamente.
Personalmente, la prima cosa che mi è venuta in mente domenica all’uscita dal cinema è stata che, in fondo, il successo di Gomorra a Cannes e la drammatica parabola di Don Peppino Diana a Casal di Principe (al quale lo stesso Saviano ha reso omaggio) appartengono allo stesso mondo.
Tuesday, 20 May 2008
L'empirismo
Giorni fa avevo messo su un pentalogo minimo di politica estera, a mio parere ineludibile per entrambe gli schieramenti politici.
Col senno del poi, ci aggiungerei un'altra questione meno tradizionale, ma destinata a diventare sempre più 'estera,' ovvero disastri naturali e crisi non convenzionali (ottimo rapporto sulla questione dei miei colleghi di Washington, qui).
Ad ogni modo, la mia sperimentazione comincia ufficiosamente oggi.
Wednesday, 14 May 2008
Il mal di pancia
Ben scritto ha Denis MacShane in un corsivo pubblicato settimana scorsa su Newsweek.
Gli anni '90 erano quelli nei quali i Clinton, gli Schröder, i Jospin, i Prodi, i Blair, insomma il centro-sinistra da "terza via" imperversava. MacShane (che, per inciso, era ministro nel governo Blair) fondamentalmente sostiene che queste personalità si siano limitate a gestire l'enorme capitale politico che gli era stato affidato. In alcuni casi potevano contare su un carisma fuori dal comune e anche su qualche fuoco d'artificio mediatico, ma non hanno prodotto una vera visione del futuro: quello loro, della sinistra occidentale e quello--well--nostro.
Questo spiega la virata a destra dell'Europa di questo decennio. Nulla ha dello spessore del conservatismo europeo della generazione precedente (Adenauer, Churchill o lo stesso De Gaulle). Ma vince perchè, da Sarkozy al nuovo sindaco di Londra, sa parlare alla pancia.
Fin qui poche novità. Se c'è una figura che da sempre incarna la politica che governa, fa opposizione e vince 'con la pancia' quello è ovviamente Berlusconi. Ora però: fare un'opposizione costruttiva e perfino una legislatura costituente è una cosa. I ghirigori sull'inedito tono sobrio, misurato ed istituzionale del Presidente del Consiglio mi sembrano francamente non richiesti.
Saturday, 3 May 2008
Luxury problem
Il Labour ha il lusso dell'abbondanza. Penso a David Miliband su tutti. Attualmente ministro degli esteri, Miliband è giovane e carismatico. Lo si dipinge anche come molto intelligente (soprannome: "The Brains"), e per quanto mi riguarda, posso dire che la politica estera la naviga brillantemente (qui un suo recente intervento, con un breve scambio con me su Balcani, Turchia e Russia).
Da un punto di vista puramente strategico, l'unico che non si gioverebbe dei talenti di Miliband e altri suoi coetanei in posizioni di responsabilità sarebbe, ovviamente, solo Brown. L'ombra dei conservatori (anche loro con una leadership giovane ed energetica) si sta allungando sulla sua amministrazione, e fra un paio d'anni Brown potrebbe fare tranquillamente la fine di John Major dopo il decennio della Thatcher.
Se però faccio l'errore di guardare alla cosa a distanza, ed con riferimento ad un Paese in particolare, non riesco a togliermi dalla testa la sensazione che gli inglesi hanno davvero solo un "luxury problem."
Friday, 25 April 2008
Elogio transalpino
Tutto questo, prima di vedere ieri sera la trasmissione con Sarkozy su TV5 Monde. Tavolo triangolare. Seduti da un lato, due conduttori che lo tempestano di domande e lo guardano con lo scetticismo col quale un professore guarda lo studente che non ha fatto i compiti. Dall'altro lato, un altro giornalista o esperto che si alterna a turno ogni 15-20 minuti per domande su temi specifici: economia, immigrazione, società etc. Sul terzo lato, circondato dalle due artiglierie, Monsieur le President Per un'ora e mezza, Sarkozy è stato rosolato a fuoco lento con domande specifiche a ripetizione. Davvero senza tregua.
Sulla sostanza, alcune delle cose che ha detto mi hanno lasciato perplesso. Per esempio, si è detto certo che Italia e Spagna non faranno più 'amnistie' di clandestini come quelle di qualche anno fa (circa 700 mila richieste in entrambe i casi, se non ricordo male), e onestamente con l'aria che tira non ne sono troppo sicuro.
Però bisogna dargli atto che ci sa fare: molto preparato sui numeri, mai a disagio sulle critiche, molto avvocatesco nel modo di arringare il pubblico. E poi l'adrenalina: sembra che l'aggettivo più frequente che sia stato attribuito a Sarkozy in questo anno scarso di presidenza sia 'iperattivo.' Vedere per credere.
Tuesday, 22 April 2008
La flexicurity e la pigrizia
Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l'autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della "flexicurity", il risultato piu' evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.
In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.
A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: "path dependence."
"Path dependence" è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, "path dependence" è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.
Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso "scandinavo" in altri paesi dell'Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.
Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.
Thursday, 17 April 2008
Più prosaicamente...
Ora: capisco che Putin era di passaggio dalla Libia (buono pure quello); e capisco anche che di questi tempi possa sembrare quasi antipatriottico ricominciare con le schermaglie teatrali della politica nostrana. Però che tre giorni dopo le elezioni, il primo leader internazionale che Berlusconi incontri sia Putin (prossimo primo ministro), davvero non me lo spiego. O meglio, me lo spiego fin troppo, ma mi sembra quanto meno fuori luogo.
