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Tuesday, 9 September 2008

I Democratici e il rispetto

"I Democratici parlano a nome dei meno ricchi; propongono politiche con delle buone intenzioni per aiutarli; la disuguaglianza li inquieta, e vogliono fare qualcosa per affrontarla. Il problema è che non hanno rispetto per gli oggetti della loro sollecitudine. La loro compassione si mischia al disdegno, quando non al disprezzo."

Così comincia un articolo di Clive Crook sul
Financial Times dell'8 settembre. L'articolo riguarda i democratici americani e le ragioni per le quali John McCain potrebbe alla fine anche vincerle, queste presidenziali. Ma provate a leggerlo tutto, l'articolo. Provate ad eliminare i riferimenti al porto d'armi, a Dio e alla differenze fra bianchi e neri. Provate a sostituire i riferimenti a Sarah Palin (la candidata alla vice-presidenza di McCain) con un qualsiasi politico nostrano della destra più populista.


Secondo me troverete diverse ragioni per le quali la sinistra in Italia, Danimarca, Francia e gran parte dell'Europa di questi tempi perde regolarmente le elezioni.

Tuesday, 25 March 2008

Il rovescio dell'inciucio

Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di "andare all'inferno." Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.

Trasposto all'Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell'ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l'agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.

Il compromesso è un'arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell'Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa 'al rialzo', frutto della sintesi e dell'abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.

La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell'inciucio--non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo 'ma-anchista'. Ora sembra essere tornati al caro vecchio 'manicheismo', al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.

Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.

Per quanto riguarda l'Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l'abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell'economia richiederebbero scelte concordate.

E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il 'compromesso storico' finì col pagare il prezzo più alto.

Sunday, 16 September 2007

Let's talk welfare

Ho scritto giorni fa che gli italiani all'estero non sono "specie protetta" ma una risorsa che potrebbe e dovrebbe contribuire al dibattito nel nostro Paese con un bagaglio di esperienze e conoscenze largamente sottostimato. Provo razzolare un po' sul predicato parlando di welfare.

Personalmente ho avuto l'opportunità di vedere da vicino due realtà teoricamente agli antipodi per quanto riguarda il modello di stato sociale che propongono: gli Stati Uniti e la Danimarca.

Ho sentito diverse persone parlare molto positivamente--udite, udite--della sanità americana: servizi all'avanguardia, professionalità impeccabili ecc. Ma i limiti di questo sistema sono ultranoti e non è necessario andarsi a vedere Sicko di Michael Moore per capirli. Un sistema nel quale un cittadino su 7, 47 milioni di persone, non è coperto da assicurazione sanitaria è strutturamente predisposto a squilibri enormi.

Più controverso è criticare il modello scandinavo. Un sistema nel quale, per esempio, i sussidi di disoccupazione raggiungono l'85% dello stipendio e vengono erogati fino a 4 anni dopo il licenziamento farebbe sentire qualsiasi residente straniero come Alice nel paese delle meraviglie. E diverse voci autorevoli (vedi per esempio qui e qui) si sono spese sull'opportunità di importare nel nostro Paese alcuni elementi di questo modello, fra gli altri la cosiddetta 'flexicurity'.

La realtà però è più complessa. Un sistema dinamico e oggettivamente generoso come quello danese, per esempio, fatica enormemente a gestire ed integrare i flussi migratori, ha prodotto la legislazione sull’immigrazione più rigida d'Europa e profonde fratture all’interno delle realtà locali.

Ora: è facile dire che un modello di welfare sostenibile ed equo debba coniugare solidarietà e competitività, diritti del cittadino e pragmatismo, trasparenza ed efficienza. È più difficile trovare risposte adattabili ad una realtà frammentaria come quella italiana. Per questo non è superfluo discutere del funzionamento concreto, quotidiano del welfare in altri paesi europei.

E sulla base delle esperienze di riforme in altri paesi europei, non è superfluo porre, in modo costante, martellante, la madre di tutte le domande: nell'Italia gerontocratica di cui parla Mario Adinolfi, a chi giova parlare di welfare? Per la nostra generazione, è una domanda tutt'altro che retorica.