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Wednesday, 7 January 2009

History repeating

Non mi ero accorto che da quando Ulibo, la scuola dell'allora Ulivo, ha chiuso i battenti, anche governareper, l'annessa rivista, non esiste piu'. Peccato, perche' era un ottimo serbatoio d'idee. Nella circostanza, mi sono andato a ripescare un pezzo che scrissi esattamente tre anni fa sulla crisi Russia-Ucraina del gennaio 2006. Potrei averlo scritto stamattina sulla crisi del gennaio 2009.

L’Europa e la questione russa

Di Fabrizio Tassinari (*)


Le aspirazioni di politica estera ed alcuni degli interessi vitali dell’Unione Europea (Ue) sono stati di recente scossi dalla questione, spinosa e al contempo sottovalutata, delle relazioni con la Federazione Russa.

L’evento scatenante è stata la contesa sorta fra Mosca e l’Ucraina sul prezzo del gas esportato dal gigante russo Gazprom e sul susseguente blocco, durante i primi giorni di gennaio, dell’approvvigionamento di metano, buona parte del quale attraversa l’Ucraina per raggiungere l’Europa.

Sebbene in apparenza distante e marginale, questa controversia affonda le sue radici in un contesto ben più complesso e rilevante per il futuro dell’Europa.

Innanzitutto, la querelle russo-ucraina ripropone prepotentemente il problema della dipendenza energetica europea. L’Ue attualmente importa circa il 50% del proprio fabbisogno energetico da fornitori esterni, quali la Russia, i paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale; importazioni che, secondo la Commissione Europea, sono destinate a raggiungere il 70% del totale entro il 2030.

Il sillogismo che emerge da queste cifre è piuttosto elementare: l’economia dell’Ue è fortemente legata all’importazione di gas e petrolio. Gli idrocarburi provengono da paesi notoriamente instabili. Ergo, le ambizioni economiche dell’Ue sono condizionate dai precari equilibri politici che caratterizzano i suoi fornitori energetici.

Negli ultimi anni, l’Ue si è cullata all’idea di aver trovato nella Russia di Vladimir Putin una controparte pragmatica e credibile nel settore energetico. Dopo gli ultimi sviluppi, che includono anche misteriose esplosioni ai gasdotti meridionali che raggiungono la Georgia, si presenta la necessità (e l’opportunità) di ripensare ad alternative per una strategia energetica sostenibile nel lungo termine: fornitori diversi (per esempio nell’Asia centrale), fonti rinnovabili o la controversa opzione nucleare.

La seconda conseguenza della cosiddetta ‘guerra del gas’ è di natura più squisitamente geo-politica. Il nuovo corso filo-occidentale inaugurato un anno fa in Ucraina dalla pacifica ‘rivoluzione arancione’, così come l’analoga ‘rivoluzione delle rose’ in Georgia, non solo un sintomo del progressivo sgretolamento del sistema di alleanze post-sovietico. Rappresentano anche e soprattutto un anelito di democrazia e libertà che si richiama esplicitamente agli ideali del 1989.

Al di là di solenni dichiarazioni d’intenti, però, l’Europa non ha risposto a queste aspirazioni di cambiamento con un segnale chiaro ed inequivocabile. Bruxelles, preoccupata dalle ripercussioni interne dello storico allargamento del 2004, si è limitata ad includere questi paesi nella sua nuova Politica Europea di Vicinato, nella quale l’Unione non si assume alcun impegno in merito ad una loro futura prospettiva di adesione. Di conseguenza, le pressioni del Cremino acquistano nuova linfa, di cui questo ricatto energetico costituisce una prova evidente.

Una terza riflessione dev’essere necessariamente rivolta al complesso delle relazioni euro-russe. L’Unione Europea e la Russia hanno inquadrato le relazioni bilaterali nel contesto di un ambizioso ‘Partenariato strategico’. Per alcuni, questo rispecchia il sogno gorbacioviano di una ‘casa comune europea’ dall’Atlantico agli Urali, unita da profondi legami storici e da un comune futuro geo-politico. Per altri, il partenariato è motivato dal fatto che la Russia e l’Ue rimangono le due principali entità politiche del Continente, che condividono interessi economici e strategici cruciali per entrambi.

La realtà sul campo, purtroppo, scredita entrambi le interpretazioni. Da un lato, la strategia russa verso l’Unione Europea appare guidata una sorta di divide et impera. Mosca coltiva relazioni privilegiate con quei paesi membri, in particolare la Francia, la Germania e l’Italia (non ha caso i principali importatori di gas russo), che hanno scelto di ignorare la deriva autoritaria del Cremlino. Al contempo, Putin asseconda l’idea del partenariato strategico, che assicura a Mosca un potere negoziale nei confronti dell’Ue sproporzionato rispetto all’oggettivo peso politico ed economico della Russia.

La strategia dell’Ue verso la Russia, d’altro canto, è uno degli esempi più significativi dell’impalpabile Politica estera e di sicurezza comune. Il frazionamento fra la posizione della Commissione, quella dei paesi ‘russofobi’ (in particolare gli scandinavi ed i nuovi stati membri dell’Europa centro-orientale) e quella di Francia, Germania ed Italia si traduce inevitabilmente in una cacofonia di voci ed opinioni.

La conclusione che si deve trarre dall’episodio di Capodanno è dunque tanto ovvia quanto preoccupante: l’ambiguità dell’Ue riguardo alla Russia si traduce in un immobilismo che non giova né agli interessi vitali dell’Unione, né all’immagine di se stessa che l’Europa intende proiettare al di fuori dei propri confini.


Tuesday, 30 December 2008

Questa mi mancava

Gheddafi che difende spudoratamente la Russia mi mancava davvero. Lo fa oggi, dopo una visita a Mosca, sul International Herald Tribune. Quasi ironica la sua conclusione: "Greed, stupidity, recklessness and miscalculation must not continue to implicate humanity in war." Mi domando quali di queste qualita' non si addicessero alla politica nucleare e al supporto al terrorismo che Gheddafi ha perseguito fino a 5 anni fa.

On topic, fra le cose che mi mancavano: anch'io alla fine ho ceduto a facebook. Mi preparo quindi ad un inizio 2009 ipnotizzato su quest'aggeggio.

Wednesday, 24 September 2008

Surreale e sovietica

Pensavo che la cosa che mi avrebbe sorpreso di più durante il mio terzo weekend a Tallinn nell'arco degli ultimi due anni sarebbe stato il lapsus della giornalista del tg1, che nel riferire della visita di Napolitano in Grecia, ci spiega che il presidente si auspica il raggiungimento di una politica energetica comune per tutta l'Unione Sovietica.

La cosa che mi ha sorpreso di più, invece, è stata la concentrazione inaspettata e inimmaginabile di Ferrari, Porsche e automezzi di lusso vari in un paese, l'Estonia, che il benessere se lo è conquistato principalmente con la tecnologia e non come il suo vicino orientale, con la petrocrazia.

Tuesday, 2 September 2008

Gli straordinari

Un mio pezzo, pubblicato su EUObserver, con qualche idea per il vertice straordinario sulla Russia. Qualcosina si potrebbe ancora fare.

A basic agenda for an extraordinary summit

FABRIZIO TASSINARI

01.09.2008 @ 19:00 CET

EUOBSERVER / COMMENT - There will be much on the agenda as EU leaders convene on 1 September for an emergency summit on the fallout from the Georgia-Russian conflict. The most urgent task concerns Georgia's immediate post-war predicament.

A reconstruction plan, support for a UN-led investigation on the events of the war, and sending in observers or peacekeepers have been among the ideas floated in recent days. They will have to be seriously considered if the EU is to follow up on the timely but somewhat limited peace-brokering efforts of the past weeks.

The larger, and more elusive, question concerns what's next for the EU and Russia. The possibility of imposing sanctions, freezing negotiations on a visa-free deal or even on the broader framework agreement, has generated some misgivings on the usual - and valid - ground that the EU and Russia are too interdependent to be able to just sever their relations to such an extent. But testifying to the significance of the crisis, these options are on the table.

There is room for taking it a step further, and turning the crisis into an opportunity to at least kick-start a long-overdue discussion on the flaws of, and possible solutions to, the EU's approach to Russia.

The most outstanding liability is the notorious lack of coordination within the EU. It concerns different EU institutions, often running their own Russia policy. It afflicts its member states, with their contrasting positions on Moscow. This is not a conundrum that Europe will be able to solve any time soon.

Yet, in order to ensure a more consistent response to Moscow, some sort of code of conduct (or "solidarity" as it's called in Central Europe) on Russia would at last be in order. This should not be a formal, and inevitably watered-down, commitment: the EU has already been there with the ill-fated Common Strategy on Russia of 1999.

It would have to be a more basic list of dos and don'ts enabling Member States to achieve better consultation and swifter coordination, in the event of new crises between Russia and individual countries in the EU or in its neighbourhood.

The recent crisis should also give enough evidence to bury once and for all the pretence of some Europeans that a policy of incentives based on the EU acquis can still provide for the script in the bilateral negotiations with Moscow.

This means that, when dealing with Russia, what the EU is left with is basically the practice of log-rolling between unrelated issues. Euro-purists might roll their eyes at this proposition, but in recent years that has proven to be the only way to get something out of Russia.

The most notable example in this respect is still the 2004 deal, under which the EU gave its go-ahead to Russia's accession to the World Trade Organisation in exchange for Moscow's ratification of the Kyoto protocol on climate change. Such a trade-off, and on this kind of issue is light-years away from today's name of the game. But one only needs to look at the numerous sectoral "dialogues" in which the EU and Russia are engaged to imagine possible combinations.

Shifting the EU's Ostpolitik

Thirdly, the conflict should prompt a shift in the EU's Ostpolitik. The paradox here is that the substance of the European Neighbourhood Policy (ENP) is for the time being as good as it gets for the former Soviet countries, and yet the feedback from Ukraine, Moldova and Georgia itself over the past years has largely been negative.

Time is ripe for the move that has been floating in EU corridors ever since the ENP was first launched: separate the Eastern European component from the Mediterranean one and call it something else - possibly with the word "integration" in it.

The EU is not exactly known for reacting to crises with powerful symbolic gestures. Any such shift could help push further some existing ENP provisions, but it is unlikely to lead to an EU membership perspective for Ukraine or Moldova in the foreseeable future.

Yet, if further evidence were needed, the war and the recognition of the independence of South Ossetia and Abkhazia have demonstrated that Russia's assertive posture in the "near abroad" has now crossed the Rubicon. Brussels' incremental and inclusive approach is the only strategic response Europe can provide, and must reinforce it.

Above all, on 1 September, the EU will have to aim for the kind of pragmatism that it has rarely been able to display in its relations with Moscow. Urgency can trigger some genuine unity on Russia. Visible, short-term measures can for once supersede long-term, and often wishful, thinking. The least common denominator among Member States can sometimes deliver tangible outputs. A pragmatic EU, after all, is what Moscow also claims to be interested in - and would most probably not expect.

Wednesday, 13 August 2008

Le morali di una guerra

La Russia sostiene che ha cominciato la Georgia. La Georgia dice che hanno cominciato i russi. Francamente, non importa. I conflitti cosiddetti 'congelati' (quasi un ossimoro) in Ossetia del Sud, e quello parallelo in Abkazia, hanno bollito per oltre un decennio e segnali di un'esplosione vera e propria sono stati frequenti negli ultimi mesi. Adesso la guerra è esplosa e quello che veramente conta è cercare di intravedere le conseguenze.

La prima direi
è che la Russia, per la prima volta dall'elezione di Putin nel 2000, ha dimostrato che alle parole (e qualche interruzione energetica) seguono i fatti. La Russia difficilmente sarà isolata dopo la guerra. L'occidente non se lo può permettere e il mondo non è più unipolare.

La seconda
è che Saakashvili ha tirato troppo la corda. L'avevo scritto qualche mese fa: il presidente georgiano è giovane ed ambizioso, due attributi pericolosi in un paese come la Georgia. Comunque siano andate veramente le cose, Saakashvili ha alzato i toni, provocato, e portato la Georgia sull'orlo di un'invasione russa fino a Tbilisi. Ora rischia il posto, ma anche se non lo rischiasse, ha decisamente perso l'aura di eroe romantico che si era creato e che gli americani hanno sostenuto e promosso.

La terza conseguenza riguarda proprio gli Stati Uniti. Con Bush a fine mandato, ai minimi storici di popolarit
à e con l'esercito 'overstretched' in Iraq, era inverosimile immaginare un sostegno militare americano. Che però Washington, in questa occasione, si sia praticamente limitato a facilitare il rimpatrio dei soldati georgiani di stanza in Iraq e a sostenere la missione europea guidata da Sarkozy la dice lunga sulla posizione degli Stati Uniti e sulle conseguenze per Tbilisi. La Georgia è un paese che si è inventato un americanismo quasi kitsch: la prima cosa che il passeggero incontra all'uscita dell'aeroporto di Tbilisi è un enorme poster con George W. che digrigna la mascella e saluta con la manina. I georgiani erano arrivati a sperare che potessero presto entrare nella NATO, grazie al sostegno americano. Quel sostegno non è servito in occasione dell'ultimo vertice dell'Alleanza, ed è molto, molto improbabile che arrivi ora.

Sunday, 22 June 2008

Euro-Clausewitz

Il calcio lo seguo con la sagacia e competenza degli altri 55 milioni di CT che si aggirano disoccupati in Italia. Quindi se devo dire anche io la mia, direi che la cifra della partita di stasera sarà capire chi delle due contentendi ha la difesa più moscia

Detto questo, mi ha sempre affascinato il paragone, un po’ forzato e un po’ no, fra la palla che rotola e la politica internazionale (vedi, per esempio, How Soccer Explains the World: An Unlikely Theory of Globalization di Franklin Foer). La cosa mi è tornata in mente ieri sera mentre vedevo come la Russia strapazzava l’Olanda.

Quattro anni fa la Russia era stata la prima squadra ad uscire, la Francia e l’Inghilterra sembravano dover spaccare il mondo, e alla fine vinse la piccola Grecia. Il paragone con la politica cosa mi incuriosì a tal punto che vidi la necessità di scriverne sull’ International Herald Tribune. Quest’anno sono in altre faccende affaccendato e oltretutto non posso riscrivere lo stesso articolo.

Certo è che in quattro anni la Russia di passi avanti ne ha fatti.

Tuesday, 10 June 2008

Settimana americana 2

Come anticipato qui sotto, la prima parte della settimana è stata effettivamente più italo-americana che americana: il workshop del Consiglio Italia-Stati Uniti a Venezia.

Ottimo il discorso di Sergio Marchionne in apertura che, nel suo pullover di ordinanza, ha vivisezionato il panorama economico internazionale citando un po’ di tutto: dall'IMF, ai Dire Straits, a Tostoy.

Interessanti, nella mia ignoranza, le sessioni economiche all'inizio e quella su internet alle fine, ma ancora di più, per ovvi motivi, la seconda sulla ricostruzione ‘post-conflict’ e la terza sulla Russia.

Nel dibattito sulla ricostruzione, animato dalla sempreverde Lilli Gruber, Paddy Ashdown in particolare ha sintetizzato brillantemente le lezioni positive della sua esperienza come Alto Commissario in Bosnia.

Ashdown non si è soffermato molto sulle lezioni negative, neanche quando queste sono effettivamente emerse dal dibattito in sala. Mi riferisco in particolare alla questione della ‘ownership’, ovvero come ed in che misura si cedono le redini del governo ai locali quando un protettorato internazionale comincia ad esaurire il suo compito. L’inghippo della ownership ha un po’ tarlato la comunque ricca eredità che Ashdown ha lasciato a Sarajevo, ed ha decisamente tarlato l’operato del suo successore Schwartz-Schilling.

La terza sessione sulla Russia è stata moderata da un Sergio Romano molto provocatorio (ha piu o meno detto che nell'Ucraina meridionale non ci sono ucraini) e con un ficcante Yegor Gaidar, ex primo ministro russo. Io ci ho messo del mio, che, confesso, morivo dalla voglia di citare, in Italia, una frase pronunciata da Putin un paio di anni fa: “La parola Mafia non è stata inventata in Russia.”

Seguirà la parte americana vera e propria, in una Washington a quasi 40 gradi, climaticamente e politicamente. Nel frattempo l’aneddoto è che non sono partito col primo volo assegnatomi e ‘pagatomi’ da fondi federali americani perchè—cito la compagnia aerea—la carta di credito (dei fondi federali) era scoperta. Bah.

Thursday, 17 April 2008

Più prosaicamente...

...uno torna in albergo dopo un'immersione del genere, accende il computer e legge del Presidente del Consiglio in pectore che incontra il suo omologo russo prossimo venturo in Sardegna. Didascalia: "vecchi amici".

Ora: capisco che Putin era di passaggio dalla Libia (buono pure quello); e capisco anche che di questi tempi possa sembrare quasi antipatriottico ricominciare con le schermaglie teatrali della politica nostrana. Però che tre giorni dopo le elezioni, il primo leader internazionale che Berlusconi incontri sia Putin (prossimo primo ministro), davvero non me lo spiego. O meglio, me lo spiego fin troppo, ma mi sembra quanto meno fuori luogo.

Wednesday, 2 April 2008

O Bucarest, o morte

La prima, e per ora unica, volta che ho ascoltato Viktor Yushchenko e Mikheil Saakashvili parlare è stato un paio di anni fa nel mastodonte di marmo bianco costruito da Ceausescu a Bucarest. I presidenti di Ucraina e Georgia ritornano in quel palazzo oggi per il vertice della NATO. La differenza, questa volta, è che presumo parleranno poco e ascolteranno tanto.

Solitamente i vertici internazionali sono vetrine per decisioni, talvolta storiche, contrattate in anticipo. Dopo mesi di negoziati, però, questa volta i capi di stato dell’Alleanza atlantica si incontreranno senza aver raggiunto un compromesso sulla possibilità di avvicinare la prospettiva di adesione per Kiev e Tbilisi.

Le posizioni contrapposte sono quelle solite, e aggiungo purtroppo. Si sa che gli americani vogliono spingere sull’acceleratore. E si sa anche che la Russia, con Putin in una delle sue ultime uscite ufficiali da Presidente (poi si vedrà), darà battaglia.

Io sono convinto che la prospettiva del cosiddetto Membership Action Plan (MAP), testa di ponte verso l’adesione, debba essere offerto a questi due paesi. E questo non tanto perchè se lo sono meritato—bisogna pur ammettere che negli ultimi 3-4 anni le ‘rivoluzioni colorate’ si siano tristemente sbiadite. Ma per la loro tenacia nell’avvicinarsi all’Occidente (dopo tutto, i sondaggi in Ucraina danno il supporto popolare per la NATO a meno del 20%).

Il MAP non è nè una scorciatoia nè una garanzia, ma è il segnale che l’Occidente continua a riporre fiducia nelle riforme e nella transizione dei paesi ex-Sovietici. Sia Yushchenko che Saakashvili sanno che quel segnale, per ora, non arriverà dall’Ue, e possono solo sperare che l’avanzamento verso la NATO possa giocare lo stesso ruolo che giocò per paesi come la Polonia, che entrarono nell’Alleanza 5 anni prima dell’Ue.

In tutto questo, il “purtroppo” riguarda le posizioni di Francia e Germania, che si oppongono al MAP per questi due paesi. La cosa che personalmente mi delude è la continuità di Merkel e Sarkozy, che dopo tutto sembrano mantenere le supine posizioni filo-russe dei loro predecessori, a dispetto di proclami all’apparenza coraggiosi.

Per una volta, la partita si gioca tutta al vertice. Non sarà la fine del mondo se la NATO risponderà picche questa volta. Ma la dirà lunga sulle nostre capacità di ricompattarci di fronte alla Russia.

Thursday, 28 February 2008

Quello che Mosca non si aspetta

Domenica si vota in Russia per le presidenziali. Ho già scritto di Russia qualche volta su questo blog e non mi dilungo ora, semplicemente perchè non c'è molto su cui dilungarsi. Il presunto liberale-liberista Medvedev diventerà presidente e Putin, per lo meno inizialmente, sarà il suo burattinaio.

Ciò di cui si potrebbe parlare è ciò che l'Europa e l'Occidente dovrebbero/potrebbero fare. Ne ho scritto, per una volta in italiano, nel numero di ItalianiEuropei uscito ieri. E la mia tesi è fondamentamente che se l'Europa vuole essere presa sul serio a Mosca, dovrà fare ciò che la Russia meno si aspetterebbe: essere pragmatica. Non posso aggiungere di più, ma se si ha voglia di comprare la rivista, che fra l'altro celebra il suo decennale, devo dire che in questo numero sono davvero in ottima compagnia.

Wednesday, 12 December 2007

3 fatti e 3 commenti

I fatti. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin ha stravinto le elezioni parlamentari 10 giorni fa. Ampiamente prevedibile, anche se con punte di ridicolo francamente evitabili (in Cecenia i votanti sono stati circa il 99,5%, di cui circa il 99,5% hanno votato per Putin). E' poi dell'altro ieri la notizia che Dmitry Medvedev, vice premier e presidente del Cda di Gazprom, sarà candidato alla presidenza in Marzo con il beneplacido di Putin. Infine, ieri, la dichiarazione dello stesso Medvedev, che chiederà a Putin di fare il Primo Ministro.

I commenti.
1) fra elezioni farsa e parodie di endorsements, la Russia è sempre più un'oligarchia.

2) Se Putin tornerà al posto da lui già occupato nel 1999, la Russia si trasformerà in uno stato semi-presidenziale se non parlamentare. Una costituzione si può cambiare, quello non è il punto. Il punto è che il potere segue Putin.

3) La candidatura di Medvedev è potenzialmente una notizia discreta. Non perchè lui si dichiari un liberale e un pragmatico: Medvedev è un fedelissimo di Putin da 17 anni (e non potrebbe essere altrimenti). E, quel che è peggio, ha le dita sui bottoni di quella Gazprom che negli ultimi anni si è resa protagonista di tagli arbitrari nelle forniture di gas, nonchè di accordi discutibili con diversi paesi europei.

E' una discreta notizia perchè Medvedev non ha (a differenza di Putin) nessun passato nei servizi segreti e si era già speso dalla fine degli anni '80 (a differenza di Putin) a promuovere la perestroika a San Pietroburgo al fianco di Sobchak. Qualcosa fa sperare che la perestroika gli sia rimasta nelle vene. Quest'anno, in un intervista, ha rifiutato di sottoscrivere la definizione di 'democrazia sovrana' tanto cara agli apparatchik del Cremlino, sostenendo che: "questo termine non mi piace. Sottolineare solo uno degli aspetti della democrazia, ed in particolare la supremazia delle autorita statali, è eccessivo e perfino deleterio".

Friday, 16 November 2007

Non c'hanno più visto

È di oggi la notizia che gli osservatori dell'OSCE rinunceranno a monitorare le elezioni parlamentari in Russia del 2 dicembre. Motivo apparente: le lungaggini delle autorità russe nel rilasciare i visti.

Che le prossime elezioni in Russia--queste, più quelle presidenziali di marzo--saranno una farsa si sapeva da tempo (altro che primarie del Pd). E la presenza di osservatori stranieri era già stata pesantemente decurtata da oltre 400 nelle precedenti consultazioni a circa 70 questa volta. Ma che neanche a questa sparuta armata Brancaleone sia dato il permesso di entrare a causa del visto è davvero comica se non fosse tragica.

Ne ho parlato in un intervista in Russia Profile di questo mese. L'Europa continua a parlare alla Russia col registro sbagliato: spera di 'europeizzarla' col risultato di affliggersi umiliazioni sempre più pesanti. Bisognerà imparare ad essere un po' più pragmatici, a parole se non a fatti (il gas, purtroppo, ci serve sempre). Merkel e Sarkozy sembrano averlo capito. Aspettiamo tempi migliori.

Friday, 26 October 2007

Storia del presente

Ho finito di leggere History of the Present, un appassionante saggio sull'Europa di uno dei miei scrittori preferiti, lo storico inglese Timothy Garton Ash.

Il libro ripercorre la cronaca della politica continentale negli anni '90, dalla caduta del Muro a Maastricht, dalla guerra nell'ex-Yugoslavia all'Euro. E nell'intrecciare la complessa sequenza di quegli eventi, alterna telegrafici bollettini a brevi saggi, scritti nella maggior parte dei casi dalla trincea, che sia questa Danzica, Berlino o Pristina.

Il mio viaggio di questa settimana ha in un certo modo amplificato l'impatto di questa lettura e mi ha fatto assaporare un vaghissimo senso di dejà vu.

Sono arrivato a Bruxelles mentre i ministri dell'Ue apponevano la loro agognata firma sul trattato di riforma dell'Unione--un processo che ha virtualmente paralizzato l'Europa negli ultimi due anni. Sono passato ad Odessa, nell'Ucraina sud-occidentale, mentre russi ed europei si incontrano e continuano a scontrarsi su praticamente tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza europea, inclusa l'Ucraina. Mi sono poi spostato ad Istanbul, meteorologicamente umida e politicamente caldissima dopo il voto del Parlamento turco ad autorizzare incursioni dell'esercito nell'Iraq settentrionale.

Mi auguro ovviamente che il libriccino che ho in preparazione tragga da questi eventi un briciolo dell'ispirazione illuminata di Storia del presente. Allo stesso tempo, mi domando fino a che punto sia possibile osservare, valutare o perfino scrivere di eventi che appartengono alla cronaca col piglio determinista dello storico ("E' successo perchè doveva succedere").

Nel caso di Ash, devo dire che i risultati sono di una preveggenza impressionante.

Wednesday, 3 October 2007

Note sparse sulla politica giovane

La costituzione vieta a Vladimir Putin (55 anni) di ricandidarsi alla presidenza russa ma nessuno ha mai creduto che Putin si sarebbe ritirato così giovane. Puntualmente lunedì ha indicato che nel 2008 si potrebbe candidare al posto di primo ministro (da lui già occupato nel '99). Il che vorrebbe dire che il nuovo presidente russo (chiunque sia) diventerà poco più influente della regina d'Inghilterra.

A proposito di Gran Bretagna, continuano a scorrere fiumi d'inchiostro sul dopo-Brown. Ipotesi non del domani ma forse del dopodomani, e utile per dare uno sguardo all'anagrafe della politica inglese, nella quale i Cameron (41 anni) o i Miliband (42) non sono neanche tanto enfants prodiges.

Nel frattempo, Yulia Tymoshenko (46 anni) ha fatto faville nelle elezioni in Ucraina domenica scorsa. È possibile che la Pasionaria possa essere nominata primo ministro. Purtroppo, però, quel paese disgraziato continua a rimanere in bilico e la Russia ha già minacciato di tagliare nuovamente il gas.

Per quanto mi riguarda, mi sono confrontato e confortato giorni fa col sindaco di Washington, l'iperattivo Adrian Fenty: 37 anni, democratico e di origini italiane (anzi, Frosinoooun, come dice lui). Per me una rivelazione. Che sia di buon auspicio per il candidato suo coetaneo in Italia.

Infine, domani sarò a Houston, Texas per partecipare ad un dibattito del Young Leaders Program promosso dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Temi: energia e ambiente. Non potrebbe essere più appropriato, in Bush-country.

Monday, 10 September 2007

Un mare nero

Il Comitato delle Regioni dell'Ue mi ha chiesto di dare una testimonianza, martedì prossimo a Bruxelles, sulla nuova strategia per la regione del Mar Nero adottata dalla Commissione in primavera.

Mi sa che per una volta mi risparmierò facili ironie sui processi decisionali dell'Ue: una strategia europea per quella parte del mondo è a dir poco urgente. Centinaia di migliaia di migranti (alcune fonti parlano di 7 milioni) attraversano quell'area ogni anno, ovviamente da est verso ovest. E con l'Afghanistan tornato ad essere un' immensa piantagione di papaveri, si calcola che il Mar Nero sia crocevia di qualcosa come sei mila tonnellate di oppio e 500 di eroina.

Per intaccare questa realtà, l'Europa dovrebbe cominciare con l'essere molto più chiara ed esplicita nei suoi rapporti bilaterali con paesi chiave come la Turchia, l'Ucraina o la Russia. È un dato però che una delle cose che l'Europa ha fatto bene negli ultimi 5o anni è l'integrazione regionale e incoraggiare la cooperazione fra gli stati di quell'area ha delle enormi potenzialità inespresse.

Quali? Queste, se si ha una mezz'ora per leggerle.

Monday, 27 August 2007

Niente di nuovo sotto il sole

La Russia ha proposto un ex governatore della Banca centrale ceca alla direzione del Fondo Monetario Internazionale per opporre il candidato unico dell'Ue, Dominique Strauss-Kahn.

Da un certo punto di vista, la mossa di Mosca ha un suo perchè. La procedura che tradizionalmente porta alla scelta dei vertici delle istituzioni finanziarie internazionali è oggettivamente insostenibile. Non è accettabile che gli Stati Uniti continuino ad avere il diritto esclusivo di nominare i vertici della Banca mondiale (anche e soprattutto dopo lo scandalo Wolfowitz) e l'Europa abbia diritto su quello del Fmi.

Ma è difficile non intravedere in questa iniziativa l'ennesima mossa di una partita che da ormai quasi due anni oppone, su innumerevoli fronti, l'Europa e la Russia.

Riguardo a quest'ultima, io continuo a vederla così e così.