Domenica si vota in Russia per le presidenziali. Ho già scritto di Russia qualche volta su questo blog e non mi dilungo ora, semplicemente perchè non c'è molto su cui dilungarsi. Il presunto liberale-liberista Medvedev diventerà presidente e Putin, per lo meno inizialmente, sarà il suo burattinaio.
Ciò di cui si potrebbe parlare è ciò che l'Europa e l'Occidente dovrebbero/potrebbero fare. Ne ho scritto, per una volta in italiano, nel numero di ItalianiEuropei uscito ieri. E la mia tesi è fondamentamente che se l'Europa vuole essere presa sul serio a Mosca, dovrà fare ciò che la Russia meno si aspetterebbe: essere pragmatica. Non posso aggiungere di più, ma se si ha voglia di comprare la rivista, che fra l'altro celebra il suo decennale, devo dire che in questo numero sono davvero in ottima compagnia.
Thursday, 28 February 2008
Wednesday, 27 February 2008
Filtri
Assenza dal blog dovuta a cause di forza maggiore: piuttosto semplicemente, non ci vedevo. Dopo un'operazione durata esattamente 34 secondi per occhio, via montature, lenti, filtri, e con un po' di pazienza riuscirò a fissare di nuovo lo schermo per più di dieci minuti.
A proposito di filtri: mi informano che un mio rapporto è filtrato settimana scorsa in una disputa fra Parlamento Europeo e Consiglio Ue. Onestamente, mi pare che il mio messaggio sia stato un po' manipolato. Facciamo che per questa volta non l'ho visto. Per cause di forza maggiore.
A proposito di filtri: mi informano che un mio rapporto è filtrato settimana scorsa in una disputa fra Parlamento Europeo e Consiglio Ue. Onestamente, mi pare che il mio messaggio sia stato un po' manipolato. Facciamo che per questa volta non l'ho visto. Per cause di forza maggiore.
Sunday, 17 February 2008
Inevitabile
Non è deprecabile, ma non era neanche particolarmente auspicabile. Non è illegittimo, ma non è formalmente legale. Oggi il Kosovo si auto-proclama indipendente ed era semplicemente inevitabile.
L’indipendenza non è deprecabile ed è legittima per ragioni di storia recente. I kosovari hanno sofferto e hanno pagato. Hanno vissuto sotto l’egida dell’Onu per 9 anni (qualcosa che, mi dicono, non si augura a nessuno) con la promessa (risoluzione 1244) che il loro status giuridico e politico sarebbe stato prima o poi chiarificato. La comunità internazionale ha provato per mesi a ‘chiarificare’, e alla fine adotterà in pratica quella soluzione di “indipendenza supervisionata” proposta in teoria dall’ex presidente finlandese Ahtisaari.
Il problema, com’è noto, è che i russi si sono impuntati a New York e che la soluzione non è stata benedetta dal Consiglio di sicurezza. Ergo, è formalmente illegale e non particolarmente auspicabile. Peggio ancora, gli americani sono ardentemente a favore dell’indipendenza mentre gli europei saranno, nuovamente, divisi ed alcuni stati come Cipro e la Romania non riconosceranno il Kosovo.
La Serbia e la Russia non staranno a guardare. Belgrado imporrà sanzioni economiche al neonato stato e chiuderà il confine a nord. La Russia non perderà occasione per rinfacciare la vicenda kosovara in altri contesti, anche se dubito che spingerà per l’indipendenza dell’Abkhazia, della Transniestria, o dell’Ossezia meridionale. Mosca può parlare minacciosamente di un ‘precedente’ kosovaro fino a sfiatarsi, ma l’indipendenza di queste altre pseudo-entità semplicemente non le converrebbe.
Quel che è inevitabile è che oggi si apre un nuovo impegnativo capitolo nell’interminabile storia dei Balcani e in quella più recente della politica estera europea. Il Kosovo ha deciso di andare con le sue gambe ma le serviranno anche quelle di qualche centinaio di doganieri, poliziotti e giudici europei. E quelle di 16 mila soldati NATO che continueranno a tentare di evitare che gli albanesi e i serbi si scannino a vicenda.
Il problema vero è che il Kosovo rischia seriamente il collasso prima ancora di nascere. I kosovari sono circa due milioni, ma non esiste un censo attendibile della popolazione—un handicap non indifferente quando si tratta di costruire uno stato praticamente dalle fondamenta. Si sa che il livello di disoccupazione sia altissimo, circa il 40% della popolazione. Solo il 10% delle donne kosovare ha un lavoro. E il Kosovo ha il più alto tasso di crescita demografica in Europa, che secondo il Financial Times si traduce in 30 mila giovani kosovari in più sul mercato del lavoro ogni anno.
L’Europa dovrà rimboccarsi le maniche e incrociare le dita, possibilmente in quest’ordine.
L’indipendenza non è deprecabile ed è legittima per ragioni di storia recente. I kosovari hanno sofferto e hanno pagato. Hanno vissuto sotto l’egida dell’Onu per 9 anni (qualcosa che, mi dicono, non si augura a nessuno) con la promessa (risoluzione 1244) che il loro status giuridico e politico sarebbe stato prima o poi chiarificato. La comunità internazionale ha provato per mesi a ‘chiarificare’, e alla fine adotterà in pratica quella soluzione di “indipendenza supervisionata” proposta in teoria dall’ex presidente finlandese Ahtisaari.
Il problema, com’è noto, è che i russi si sono impuntati a New York e che la soluzione non è stata benedetta dal Consiglio di sicurezza. Ergo, è formalmente illegale e non particolarmente auspicabile. Peggio ancora, gli americani sono ardentemente a favore dell’indipendenza mentre gli europei saranno, nuovamente, divisi ed alcuni stati come Cipro e la Romania non riconosceranno il Kosovo.
La Serbia e la Russia non staranno a guardare. Belgrado imporrà sanzioni economiche al neonato stato e chiuderà il confine a nord. La Russia non perderà occasione per rinfacciare la vicenda kosovara in altri contesti, anche se dubito che spingerà per l’indipendenza dell’Abkhazia, della Transniestria, o dell’Ossezia meridionale. Mosca può parlare minacciosamente di un ‘precedente’ kosovaro fino a sfiatarsi, ma l’indipendenza di queste altre pseudo-entità semplicemente non le converrebbe.
Quel che è inevitabile è che oggi si apre un nuovo impegnativo capitolo nell’interminabile storia dei Balcani e in quella più recente della politica estera europea. Il Kosovo ha deciso di andare con le sue gambe ma le serviranno anche quelle di qualche centinaio di doganieri, poliziotti e giudici europei. E quelle di 16 mila soldati NATO che continueranno a tentare di evitare che gli albanesi e i serbi si scannino a vicenda.
Il problema vero è che il Kosovo rischia seriamente il collasso prima ancora di nascere. I kosovari sono circa due milioni, ma non esiste un censo attendibile della popolazione—un handicap non indifferente quando si tratta di costruire uno stato praticamente dalle fondamenta. Si sa che il livello di disoccupazione sia altissimo, circa il 40% della popolazione. Solo il 10% delle donne kosovare ha un lavoro. E il Kosovo ha il più alto tasso di crescita demografica in Europa, che secondo il Financial Times si traduce in 30 mila giovani kosovari in più sul mercato del lavoro ogni anno.
L’Europa dovrà rimboccarsi le maniche e incrociare le dita, possibilmente in quest’ordine.
Tuesday, 12 February 2008
L’Ararat, un Nobel e un taxi
Cos’hanno in comune il monte Ararat, un premio Nobel e un taxi? Assolutamente niente, a parte il mio weekend.
Sono stato, per la prima volta, a Yerevan, la capitale dell’Armenia all’ombra del monte Ararat (sì, quello dell’Arca di Noè): paese congelato in un conflitto ventennale con l’Azerbaijan, governato da un regime che Freedom House valuta solo "parzialmente libero" e che si avvia sonnacchiosamente alle elezioni.
Contesto classico per uno degli aspetti meno simpatici del mio lavoro: parlare di democrazia in un paese in transizione, e di pace in un paese in guerra. E ancor meno simpatico: fare ragionamenti che non sembrino lezioni quando gli ascoltatori sono gente che soffre in pratica quella transizione e quei conflitti di cui noi occidentali cianciamo in teoria.
Devo dire, però, che la cosa questa volta ha assunto un margine di credibilità grazie alla partecipazione alla conferenza di Lord David Trimble, premio Nobel per la pace del 1998. Il professor Trimble, che ebbe il premio a riconoscimento del suo lavoro per il processo di pace nell’Irlanda del Nord, non ha nascosto di conoscere poco del conflitto nel Nagorno-Karabach.
Però ha la possibilità di fare quello che pochi politici e pochissimi ‘esperti’ occidentali possono permettersi di fare: dare consigli su conflitti e democrazia che non solo hanno un fondamento pratico, ma che hanno anche avuto successo.
Che c’entra il taxi? C’entra perchè la conferenza per me si è conclusa con una corsa in taxi nella notte armena con Trimble. Dopo cena e, soprattutto, dopo generose dosi di vodka, il tono della conversazione non poteva essere dei più profondi.
Guardo caso, però, venerdì erano apparse sui giornali le dichiarazioni del capo della Chiesa anglicana in merito alla possibilità di introdurre elementi della sharia nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna. La breve conversazione che ne è seguita in taxi devo tenermela per me ma me la ricorderò finchè campo.
PS: Un mio corsivo vagamente ispirato dalla gitarella caucasica (su The EU Observer, e tradotto in spagnolo da qualche anima pia), sarà oggetto, domani, di due mie interviste a Europolitics (anche nel francese di qualche altra anima pia) e a Deutsche Welle.
Sono stato, per la prima volta, a Yerevan, la capitale dell’Armenia all’ombra del monte Ararat (sì, quello dell’Arca di Noè): paese congelato in un conflitto ventennale con l’Azerbaijan, governato da un regime che Freedom House valuta solo "parzialmente libero" e che si avvia sonnacchiosamente alle elezioni.
Contesto classico per uno degli aspetti meno simpatici del mio lavoro: parlare di democrazia in un paese in transizione, e di pace in un paese in guerra. E ancor meno simpatico: fare ragionamenti che non sembrino lezioni quando gli ascoltatori sono gente che soffre in pratica quella transizione e quei conflitti di cui noi occidentali cianciamo in teoria.
Devo dire, però, che la cosa questa volta ha assunto un margine di credibilità grazie alla partecipazione alla conferenza di Lord David Trimble, premio Nobel per la pace del 1998. Il professor Trimble, che ebbe il premio a riconoscimento del suo lavoro per il processo di pace nell’Irlanda del Nord, non ha nascosto di conoscere poco del conflitto nel Nagorno-Karabach.
Però ha la possibilità di fare quello che pochi politici e pochissimi ‘esperti’ occidentali possono permettersi di fare: dare consigli su conflitti e democrazia che non solo hanno un fondamento pratico, ma che hanno anche avuto successo.
Che c’entra il taxi? C’entra perchè la conferenza per me si è conclusa con una corsa in taxi nella notte armena con Trimble. Dopo cena e, soprattutto, dopo generose dosi di vodka, il tono della conversazione non poteva essere dei più profondi.
Guardo caso, però, venerdì erano apparse sui giornali le dichiarazioni del capo della Chiesa anglicana in merito alla possibilità di introdurre elementi della sharia nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna. La breve conversazione che ne è seguita in taxi devo tenermela per me ma me la ricorderò finchè campo.
PS: Un mio corsivo vagamente ispirato dalla gitarella caucasica (su The EU Observer, e tradotto in spagnolo da qualche anima pia), sarà oggetto, domani, di due mie interviste a Europolitics (anche nel francese di qualche altra anima pia) e a Deutsche Welle.
Monday, 4 February 2008
"Il centro-sinistra ricorda da vicino la ex-Jugoslavia"
Dopo il risultato coraggioso delle presidenziali di ieri in Serbia, mi viene di rispondere: "magari."
Sunday, 27 January 2008
La politica sorprendente
Queste primarie americane, finora, mi hanno regalato almeno due sorprese. La prima sorpresa, positiva e di cui non finisco di meravigliarmi, è la passione che fior di colleghi a Washington dimostrano nel fare la campagna porta-a-porta nei vari stati come volontari qualsiasi. Evito paragoni scontati ed ingenerosi.
La seconda, negativa e più evidente nelle ultime settimane, è la tattica dei Clinton. Sono sempre stato un grande ammiratore di Bill Clinton. Ma mi lasciano perplesso i suoi pesanti attacchi ad Obama (che avrebbe probabilmente sostenuto se la moglie non si fosse candidata), seguiti a stretto giro di posta dalle dichiarazioni di Hillary nel ruolo di mediatrice moderata.
Per Obama sta diventando sempre più difficile smarcarsi. Ma sono sempre più convinto che se c’è un candidato che può scardinare la tirannia del 'white protestant male' nella politica americana, quel candidato è proprio lui.
E se anche alla fine non lo fosse, in questi giorni cupi della democrazia italiana, è consolante sapere che da qualche parte esiste una politica che sorprende, coinvolge ed ispira.
La seconda, negativa e più evidente nelle ultime settimane, è la tattica dei Clinton. Sono sempre stato un grande ammiratore di Bill Clinton. Ma mi lasciano perplesso i suoi pesanti attacchi ad Obama (che avrebbe probabilmente sostenuto se la moglie non si fosse candidata), seguiti a stretto giro di posta dalle dichiarazioni di Hillary nel ruolo di mediatrice moderata.
Per Obama sta diventando sempre più difficile smarcarsi. Ma sono sempre più convinto che se c’è un candidato che può scardinare la tirannia del 'white protestant male' nella politica americana, quel candidato è proprio lui.
E se anche alla fine non lo fosse, in questi giorni cupi della democrazia italiana, è consolante sapere che da qualche parte esiste una politica che sorprende, coinvolge ed ispira.
Friday, 25 January 2008
Eulogy
Nell'autunno 1998, stavo studiando uno specifico capitolo sul manuale di diritto pubblico. Ricordo come fosse oggi che mi scervellai a cercare nella nostra storia repubblicana quella procedura che sembrava a me così logica. Lo sconforto della 'parlamentarizzazione' della crisi del primo governo Prodi fu mitigato solo da quella inaspettata coincidenza fra le auliche formule previste dall'ordinamento e le scalcinate prassi del nostro parlamento.
Giovedì scorso, non c'è stato niente di simile. Come avevo detto ad un settimanale americano all'indomani della vittoria del 2006, sono sempre stato piuttosto fiducioso che l'idea di imbrigliare le forze più rissose della coalizione in posizioni di governo sarebbe stata sufficente a portare a casa la legislatura. Forse ci presi su Rifondazione comunista, ma non su quell'onesto politico meridionale' (copyright Gianfranco Rotondi), che cita un'inesistente poesia di Neruda per motivare il suo voto contrario. E forse era quella stessa fiducia che ha animato l'ottimismo di Romano Prodi in questi 20 mesi di governo.
In qualche modo mi ci identifico, così come non posso non ammirare la sua scelta di presentarsi giovedì al Senato, ben consapevole dell'inevitabile. Quella che molti hanno definito "tigna", per Romano Prodi è un "concetto di democrazia ." In fondo, è lo stesso concetto che cercavo in quel manuale di diritto pubblico e, per quanto mi riguarda, merita rispetto.
Giovedì scorso, non c'è stato niente di simile. Come avevo detto ad un settimanale americano all'indomani della vittoria del 2006, sono sempre stato piuttosto fiducioso che l'idea di imbrigliare le forze più rissose della coalizione in posizioni di governo sarebbe stata sufficente a portare a casa la legislatura. Forse ci presi su Rifondazione comunista, ma non su quell'onesto politico meridionale' (copyright Gianfranco Rotondi), che cita un'inesistente poesia di Neruda per motivare il suo voto contrario. E forse era quella stessa fiducia che ha animato l'ottimismo di Romano Prodi in questi 20 mesi di governo.
In qualche modo mi ci identifico, così come non posso non ammirare la sua scelta di presentarsi giovedì al Senato, ben consapevole dell'inevitabile. Quella che molti hanno definito "tigna", per Romano Prodi è un "concetto di democrazia ." In fondo, è lo stesso concetto che cercavo in quel manuale di diritto pubblico e, per quanto mi riguarda, merita rispetto.
Monday, 21 January 2008
I presidenti
Due storie di elezioni presidenziali, due storie di una democrazia che si allontana.
La prima riguarda Mikhail Saakashvili, l'eroe della 'rivoluzione delle rose' in Georgia nel 2003, che ha ieri inaugurato il suo secondo mandato alla presidenza a Tbilisi (alla presenza del ministro degli esteri russo Lavrov, tanto per gradire). Il primo quadriennio di Saakashvili è stato minato da un processo di riforme mai veramente avviato e da un'involuzione autocratica piuttosto preoccupante. Saakashvili è giovane e ambizioso, attributi utili, ma anche pericolosi in un paese dalla tradizione democratica così debole come la Georgia.
La seconda vicenda riguarda le presidenziali in Serbia, sempre ieri, che hanno visto l'ultranazionalista Tomislav Nikolic superare il presidente in carica, l'europeista Tadic. Per il risultato finale si dovrà aspettare il secondo turno in febbraio, ma la campagna si svolgerà in un clima reso rovente dalla controversia kosovara e dalle discutibili manovre del gigante energetico russo Gazprom. Il futuro democratico della Serbia non è morto, ma che non si senta tanto bene è un eufemismo.
PS, off topic: mi è stato chiesto di fare il testimonial per la mia università, esperienza piuttosto divertente. Finisco quello che ho cominciato e informo chi fosse per caso interessato a lavorare da queste parti che è stato appena aperto questo sito.
PPS ri-off topic: Ottimo corsivo sull'Italia nel FT di oggi, nel quale Martin Rhodes si districa brillantemente fra l''immobilismo', il 'trasformismo' e la 'stratificazione' della realtà politica italiana. Vale un paio di riletture.
La prima riguarda Mikhail Saakashvili, l'eroe della 'rivoluzione delle rose' in Georgia nel 2003, che ha ieri inaugurato il suo secondo mandato alla presidenza a Tbilisi (alla presenza del ministro degli esteri russo Lavrov, tanto per gradire). Il primo quadriennio di Saakashvili è stato minato da un processo di riforme mai veramente avviato e da un'involuzione autocratica piuttosto preoccupante. Saakashvili è giovane e ambizioso, attributi utili, ma anche pericolosi in un paese dalla tradizione democratica così debole come la Georgia.
La seconda vicenda riguarda le presidenziali in Serbia, sempre ieri, che hanno visto l'ultranazionalista Tomislav Nikolic superare il presidente in carica, l'europeista Tadic. Per il risultato finale si dovrà aspettare il secondo turno in febbraio, ma la campagna si svolgerà in un clima reso rovente dalla controversia kosovara e dalle discutibili manovre del gigante energetico russo Gazprom. Il futuro democratico della Serbia non è morto, ma che non si senta tanto bene è un eufemismo.
PS, off topic: mi è stato chiesto di fare il testimonial per la mia università, esperienza piuttosto divertente. Finisco quello che ho cominciato e informo chi fosse per caso interessato a lavorare da queste parti che è stato appena aperto questo sito.
PPS ri-off topic: Ottimo corsivo sull'Italia nel FT di oggi, nel quale Martin Rhodes si districa brillantemente fra l''immobilismo', il 'trasformismo' e la 'stratificazione' della realtà politica italiana. Vale un paio di riletture.
Monday, 14 January 2008
L'Iowa, il New Hampshire e la politica ubriaca
Periodo di pausa forzata dal blog dedicata prevalentemente a viaggi, estenuanti trattative e immersione politica. Sorvolo sui viaggi, che tanto ricapitano. E ritornerò probabilmente sull'estenuante trattativa, ora felicemente conclusa, che ha riguardato l'aspetto contrattuale del mio libro.
Un breve appunto invece la lascio sull'immersione politica, che ha riguardato ovviamente le primarie americane. Ciò che mi lascia piuttosto perplesso, aldilà del circo mediatico e delle toppe dei sondaggi, è la cura maniacale dei dettagli di forma da parte della gran parte dei candidati. In America è così da decenni, ma questa volta mi sono sorbito il pianto di Hillary e le bordate calcolate di Huckabee nella bolla di Washington, che rende il tutto quasi nauseante.
Certo è, che anche da questo punto di vista, Obama continua a sembrarmi il candidato più credibile. La sostanza rimarrà anche, talvolta, approssimativa. Ma per coerenza e carisma, Obama convince (e quasi commuove, vedere il suo discorso in Iowa per credere).
E, per inciso, per quanto teatrale possa essere la campagna americana, siamo sempre anni luce dai ruspanti "utile idiota" e "ubriaco" che si scambiarono Berlusconi e Prodi sotto l'occhio vigile di Vespa nel 2006.
Un breve appunto invece la lascio sull'immersione politica, che ha riguardato ovviamente le primarie americane. Ciò che mi lascia piuttosto perplesso, aldilà del circo mediatico e delle toppe dei sondaggi, è la cura maniacale dei dettagli di forma da parte della gran parte dei candidati. In America è così da decenni, ma questa volta mi sono sorbito il pianto di Hillary e le bordate calcolate di Huckabee nella bolla di Washington, che rende il tutto quasi nauseante.
Certo è, che anche da questo punto di vista, Obama continua a sembrarmi il candidato più credibile. La sostanza rimarrà anche, talvolta, approssimativa. Ma per coerenza e carisma, Obama convince (e quasi commuove, vedere il suo discorso in Iowa per credere).
E, per inciso, per quanto teatrale possa essere la campagna americana, siamo sempre anni luce dai ruspanti "utile idiota" e "ubriaco" che si scambiarono Berlusconi e Prodi sotto l'occhio vigile di Vespa nel 2006.
Wednesday, 2 January 2008
La tattica e la non-crisi
Una prestigiosa rivista ha commissionato ad un collega americano un articolo sull'Italia. Da quanto ho sentito, sono convinto che ne uscirà un gran bel pezzo. Però il collega ha avuto la modestia di chiedermi un commento su come, secondo me, va il Sistema Italia di questi tempi.
Tema potenzialmente infinito, specialmente perchè in Italia ci sono 55 milioni di ct della nazionale e 55 milioni di presidenti del consiglio. Ma nel filtrare dozzine di questioni che mi passavano per la testa, alla fine me ne sono uscito con due commenti.
Il primo è che in Italia la tattica conta sempre più della strategia. Specialmente in politica, la paralisi fa si che l'evoluzione del Paese proceda, quando procede, nel breve termine e raramente nel lungo. La politica che non offre una visione di se stessa nel lungo termine è destinata a rimanere la vittima dei suoi stessi meccanismi. E il 'grillismo' ne è una conferma.
Il secondo commento segue dal primo, e riprende una tesi che l'Economist propose un paio di anni fa. Ovvero, l'Italia non ha avuto una vera crisi. L'instabilità cronica dell'esecutivo non c'entra in questo caso, così come non c'entra la crescita stentata dell'economia. Il punto è che, anche nelle fasi più buie di Tangentopoli, raramente si è diffusa nel Paese la percezione di aver raggiunto il fondo, quello dal quale si può risalire solo se ci si rifonda completamente.
Per tutti i suoi limiti, mi viene in mente a questo proposito l'esempio di Gerhard Schroeder e della sua Agenda 2010 del 2003. Per quanto quel pacchetto di riforme fosse, in grossa parte, un prodotto bipartisan (la CDU controllava la Camera alta), Schroeder ci mise fondamentalmente la faccia, fu costretto ad indire elezioni anticipate nel 2005 e le perse. Si può non condividere la sostanza di quelle riforme e non si può dire che Schroeder non fosse anche un grande tattico. Però è questo tipo di visione a lungo termine, soprattutto quando le difficoltà non sembrano delle emergenze, che legittima la politica e ne preserva la credibilità.
Tema potenzialmente infinito, specialmente perchè in Italia ci sono 55 milioni di ct della nazionale e 55 milioni di presidenti del consiglio. Ma nel filtrare dozzine di questioni che mi passavano per la testa, alla fine me ne sono uscito con due commenti.
Il primo è che in Italia la tattica conta sempre più della strategia. Specialmente in politica, la paralisi fa si che l'evoluzione del Paese proceda, quando procede, nel breve termine e raramente nel lungo. La politica che non offre una visione di se stessa nel lungo termine è destinata a rimanere la vittima dei suoi stessi meccanismi. E il 'grillismo' ne è una conferma.
Il secondo commento segue dal primo, e riprende una tesi che l'Economist propose un paio di anni fa. Ovvero, l'Italia non ha avuto una vera crisi. L'instabilità cronica dell'esecutivo non c'entra in questo caso, così come non c'entra la crescita stentata dell'economia. Il punto è che, anche nelle fasi più buie di Tangentopoli, raramente si è diffusa nel Paese la percezione di aver raggiunto il fondo, quello dal quale si può risalire solo se ci si rifonda completamente.
Per tutti i suoi limiti, mi viene in mente a questo proposito l'esempio di Gerhard Schroeder e della sua Agenda 2010 del 2003. Per quanto quel pacchetto di riforme fosse, in grossa parte, un prodotto bipartisan (la CDU controllava la Camera alta), Schroeder ci mise fondamentalmente la faccia, fu costretto ad indire elezioni anticipate nel 2005 e le perse. Si può non condividere la sostanza di quelle riforme e non si può dire che Schroeder non fosse anche un grande tattico. Però è questo tipo di visione a lungo termine, soprattutto quando le difficoltà non sembrano delle emergenze, che legittima la politica e ne preserva la credibilità.
Tuesday, 1 January 2008
Come si parte in terza?
Giusto per dare un minimo di continuità editoriale a questo blog, riparto da un altro film. Little Miss Sunshine parla di una famiglia scalcinata che attraversa l'America a bordo di un vecchio furgoncino Volkswagen. Per qualche strano motivo, del furgone funzionano solo la terza e la quarta marcia, una circostanza che porta la famiglia a cominciare ogni nuova tappa del viaggio in corsa.
Fortunatamente non guido furgoni e le tappe, per ora, sembrano tutte abbastanza chiare sul calendario. Ma mi aspetta un inizio di anno metaforicamente molto simile a quelle partenze in corsa.
Fortunatamente non guido furgoni e le tappe, per ora, sembrano tutte abbastanza chiare sul calendario. Ma mi aspetta un inizio di anno metaforicamente molto simile a quelle partenze in corsa.
Wednesday, 26 December 2007
L'On. Wilson
Mini-recensione di Charlie Wilson's war, nuovo film di Mike Nichols sul supporto del Congresso e della CIA alla resistenza anti-sovietica dei mujahideen in Afghanistan. Piuttosto satirico, per essere un polpettone di Hollywood. E ben fatto, a mio parere, nei dialoghi, dettagli storici, e nel ricreare l'atmosfera yuppie-decadente degli anni '80.
Essendo Hollywood, però, il finale non può essere che scontato: gli americani sanno vincere le guerre, ma non sanno vincere la pace. Il riferimento, ovviamente, è a tutte le paci che l'America non ha saputo vincere, ma questo è anche un punto sul quale ci si potrebbe e dovrebbe soffermare ben oltre una battuta ad effetto dell'On. Wilson.
Essendo Hollywood, però, il finale non può essere che scontato: gli americani sanno vincere le guerre, ma non sanno vincere la pace. Il riferimento, ovviamente, è a tutte le paci che l'America non ha saputo vincere, ma questo è anche un punto sul quale ci si potrebbe e dovrebbe soffermare ben oltre una battuta ad effetto dell'On. Wilson.
Monday, 17 December 2007
"Ci metterei la firma"
L'articolo del New York Times sull'Italia ha, com'è noto, coinciso con la visita del presidente Napolitano a Washington e a New York. Le sue reazioni all'articolo sono state discutibili. E' vero, come ha sostenuto, che la notizia giornalistica si basa troppo sulle ombre piuttosto che sulle luci. Però è riduttivo sostenere che l'articolo fosse squilibrato e contenesse idiozie.
Detto questo, è più che giustificato che un presidente in visita ufficiale prenda le difese del proprio paese. E Napolitano non l'ha fatto con la stizza e suscettibilità dell'offeso che sta sulla difensiva, ma col piglio, la competenza e lo stile di chi ha qualcosa da sostenere.
Ha citato Keynes ("spiriti animali"), Hemingway ("addio alle armi") ha comparato il sistema repubblicano francese ed italiano con un parallelo interessante fra 'rivoluzione' e 'evoluzione.' Come mi ha detto un collega l'altro giorno: "ci metterei la firma a ragionare in quel modo nella mia seconda o terza lingua ad 82 anni".
Il problemi dell'Italia rimangono, così come il rammarico che quel collega non possa incontrare un presidente meno vicino all'età pensionabile. Però ascoltare Napolitano in inglese (qui il video del suo incontro al Council on Foreign Relations) è oggettivamente un piacere.
Detto questo, è più che giustificato che un presidente in visita ufficiale prenda le difese del proprio paese. E Napolitano non l'ha fatto con la stizza e suscettibilità dell'offeso che sta sulla difensiva, ma col piglio, la competenza e lo stile di chi ha qualcosa da sostenere.
Ha citato Keynes ("spiriti animali"), Hemingway ("addio alle armi") ha comparato il sistema repubblicano francese ed italiano con un parallelo interessante fra 'rivoluzione' e 'evoluzione.' Come mi ha detto un collega l'altro giorno: "ci metterei la firma a ragionare in quel modo nella mia seconda o terza lingua ad 82 anni".
Il problemi dell'Italia rimangono, così come il rammarico che quel collega non possa incontrare un presidente meno vicino all'età pensionabile. Però ascoltare Napolitano in inglese (qui il video del suo incontro al Council on Foreign Relations) è oggettivamente un piacere.
Friday, 14 December 2007
Un piccolo passo per l'uomo...
Fra pochi giorni, il New Jersey diventerà il primo stato americano a revocare la pena di morte.
Wednesday, 12 December 2007
3 fatti e 3 commenti
I fatti. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin ha stravinto le elezioni parlamentari 10 giorni fa. Ampiamente prevedibile, anche se con punte di ridicolo francamente evitabili (in Cecenia i votanti sono stati circa il 99,5%, di cui circa il 99,5% hanno votato per Putin). E' poi dell'altro ieri la notizia che Dmitry Medvedev, vice premier e presidente del Cda di Gazprom, sarà candidato alla presidenza in Marzo con il beneplacido di Putin. Infine, ieri, la dichiarazione dello stesso Medvedev, che chiederà a Putin di fare il Primo Ministro.
I commenti.
1) fra elezioni farsa e parodie di endorsements, la Russia è sempre più un'oligarchia.
2) Se Putin tornerà al posto da lui già occupato nel 1999, la Russia si trasformerà in uno stato semi-presidenziale se non parlamentare. Una costituzione si può cambiare, quello non è il punto. Il punto è che il potere segue Putin.
3) La candidatura di Medvedev è potenzialmente una notizia discreta. Non perchè lui si dichiari un liberale e un pragmatico: Medvedev è un fedelissimo di Putin da 17 anni (e non potrebbe essere altrimenti). E, quel che è peggio, ha le dita sui bottoni di quella Gazprom che negli ultimi anni si è resa protagonista di tagli arbitrari nelle forniture di gas, nonchè di accordi discutibili con diversi paesi europei.
E' una discreta notizia perchè Medvedev non ha (a differenza di Putin) nessun passato nei servizi segreti e si era già speso dalla fine degli anni '80 (a differenza di Putin) a promuovere la perestroika a San Pietroburgo al fianco di Sobchak. Qualcosa fa sperare che la perestroika gli sia rimasta nelle vene. Quest'anno, in un intervista, ha rifiutato di sottoscrivere la definizione di 'democrazia sovrana' tanto cara agli apparatchik del Cremlino, sostenendo che: "questo termine non mi piace. Sottolineare solo uno degli aspetti della democrazia, ed in particolare la supremazia delle autorita statali, è eccessivo e perfino deleterio".
I commenti.
1) fra elezioni farsa e parodie di endorsements, la Russia è sempre più un'oligarchia.
2) Se Putin tornerà al posto da lui già occupato nel 1999, la Russia si trasformerà in uno stato semi-presidenziale se non parlamentare. Una costituzione si può cambiare, quello non è il punto. Il punto è che il potere segue Putin.
3) La candidatura di Medvedev è potenzialmente una notizia discreta. Non perchè lui si dichiari un liberale e un pragmatico: Medvedev è un fedelissimo di Putin da 17 anni (e non potrebbe essere altrimenti). E, quel che è peggio, ha le dita sui bottoni di quella Gazprom che negli ultimi anni si è resa protagonista di tagli arbitrari nelle forniture di gas, nonchè di accordi discutibili con diversi paesi europei.
E' una discreta notizia perchè Medvedev non ha (a differenza di Putin) nessun passato nei servizi segreti e si era già speso dalla fine degli anni '80 (a differenza di Putin) a promuovere la perestroika a San Pietroburgo al fianco di Sobchak. Qualcosa fa sperare che la perestroika gli sia rimasta nelle vene. Quest'anno, in un intervista, ha rifiutato di sottoscrivere la definizione di 'democrazia sovrana' tanto cara agli apparatchik del Cremlino, sostenendo che: "questo termine non mi piace. Sottolineare solo uno degli aspetti della democrazia, ed in particolare la supremazia delle autorita statali, è eccessivo e perfino deleterio".
Tuesday, 11 December 2007
Mare Nostrum?
Gheddafi è passato nel giro di pochi anni dall'essere il 'cane pazzo' (copyright Ronald Reagan) della comunita' internazionale, a pagarsi (con 15 miliardi di Euro in contratti) un invito nel salotto buono di Parigi e perfino il lusso di smentire Sarkozy riguardo ad una presunta discussione sui diritti umani in Libia.
Stamattina, poi, nuova strage ad Algeri, nella quale--se ne discuteva alacremente oggi con l'ambasciatore algerino qui a Washington--la religione c'entra e come.
Un giorno come tanti nel Mediterraneo, che ricorda dolorosamente quanto ancora distino i nostri vicini meridionali dal miraggio di quel Mare Nostrum di cui in Europa ancora si divaga.
Stamattina, poi, nuova strage ad Algeri, nella quale--se ne discuteva alacremente oggi con l'ambasciatore algerino qui a Washington--la religione c'entra e come.
Un giorno come tanti nel Mediterraneo, che ricorda dolorosamente quanto ancora distino i nostri vicini meridionali dal miraggio di quel Mare Nostrum di cui in Europa ancora si divaga.
Wednesday, 5 December 2007
Saggezza a stelle e strisce
Tre perle dell'ultima settimana:
1) Il candidato repubblicano alla presidenza Mike Huckabee sta scompigliando tutti i sondaggi grazie all'endorsement di quel talento cinematografico che è Chuck Norris. L'allucinante pubblicità che manda in questi giorni nelle case dell'Iowa recita più o meno così: "Il mio programma per proteggere i confini? Due parole: Chuck Norris"
2) In un rapporto pubblicato ieri, l'agenzia d'intelligence americana sostiene che l'Iran ha interrotto il suo programma nucleare dal 2003. Nella conferenza stampa di oggi, Bush dichiara che il rapporto è un "segnale d'allarme".
3) Una delle audizioni pubbliche al Congresso degli Stati Uniti in programma per la settimana prossima ha l'allettante titolo: "La tortura: funziona?"
God bless America, come sempre.
1) Il candidato repubblicano alla presidenza Mike Huckabee sta scompigliando tutti i sondaggi grazie all'endorsement di quel talento cinematografico che è Chuck Norris. L'allucinante pubblicità che manda in questi giorni nelle case dell'Iowa recita più o meno così: "Il mio programma per proteggere i confini? Due parole: Chuck Norris"
2) In un rapporto pubblicato ieri, l'agenzia d'intelligence americana sostiene che l'Iran ha interrotto il suo programma nucleare dal 2003. Nella conferenza stampa di oggi, Bush dichiara che il rapporto è un "segnale d'allarme".
3) Una delle audizioni pubbliche al Congresso degli Stati Uniti in programma per la settimana prossima ha l'allettante titolo: "La tortura: funziona?"
God bless America, come sempre.
Wednesday, 28 November 2007
A (come Annapolis) Day
Si è appena conclusa, a pochi chilometri da qui (Annapolis), la conferenza internazionale sulla pace in Medio oriente. Per l'osservatore casuale di affari esteri, il risultato è piuttosto scontato ma non trascurabile: palestinesi e israeliani hanno fondamentalmente concordato di non essere d'accordo.
Per una volta, però, sembra essere più una questione di tempi che di modi. O meglio: si sa esattamente, e almeno dal 2000, ciò su cui si deve negoziare (rifugiati, status di Gerusalemme, riconoscimento dello stato di Israele, occupazioni israeliane in Cisgiordania etc.). Non mi pare sia ancora chiaro quando farlo.
Oggi, israeliani e palestinesti si sono impegnati a chiudere il confronto entro il 2008. Ma i rappresentanti delle tre parti in causa (Olmert, Abbas e Bush) sono politicamente uno più debole dell'altro e prima di impegnarsi in grandi proclami per la pace dovranno fare i conti con il dissenso interno. Staremo a vedere.
PS: Sbirciando la lista dei partecipanti alla conferenza, non può passare inosservata la solita inutile sfilza di europei. Per la precisione, 12 paesi, + Commissione, Consiglio europeo e Solana. Per la politica estera comune, evidentemente, c'è ancora molto tempo.
Per una volta, però, sembra essere più una questione di tempi che di modi. O meglio: si sa esattamente, e almeno dal 2000, ciò su cui si deve negoziare (rifugiati, status di Gerusalemme, riconoscimento dello stato di Israele, occupazioni israeliane in Cisgiordania etc.). Non mi pare sia ancora chiaro quando farlo.
Oggi, israeliani e palestinesti si sono impegnati a chiudere il confronto entro il 2008. Ma i rappresentanti delle tre parti in causa (Olmert, Abbas e Bush) sono politicamente uno più debole dell'altro e prima di impegnarsi in grandi proclami per la pace dovranno fare i conti con il dissenso interno. Staremo a vedere.
PS: Sbirciando la lista dei partecipanti alla conferenza, non può passare inosservata la solita inutile sfilza di europei. Per la precisione, 12 paesi, + Commissione, Consiglio europeo e Solana. Per la politica estera comune, evidentemente, c'è ancora molto tempo.
Friday, 23 November 2007
Il cellulare di D'Alema
Giorni fa, alcuni quotidiani e agenzie l'avevano presentata come una macchietta. D'Alema che parla al cellulare durante la foto di gruppo del vertice italo-tedesco, la Merkel che lo riprende ("Sei peggio di Sarkozy"), e lui che le risponde ("È Kouchner (ministro degli esteri francese, ndr), se vuoi te lo passo").
Ora: che gli italiani abbiano un rapporto simbiotico coi cellulari è uno stereotipo abbastanza popolare all'estero. E che D'Alema non dia l'impresione di essere un campione di simpatia è putroppo per lui un altro stereotipo. Vorrei, però, dare a Massimo quel che è di Massimo.
Tiro a indovinare, ma il motivo più probabile per il quale dovesse urgentemente rispondere alla telefonata di Kouchner è la crisi libanese. Oggi scade infatti il mandato del presidente, il maronita Lahoud. I due campi contrapposti in questo ennesimo, triste scontro mediorientale--quello governativo filo-occidentale, prevalentemente sunnita da un lato e quello cristiano e sciita dall'altro--non hanno raggiunto un accordo e non si ha la più pallida idea di chi lo succederà e di che succederà.
Considerando l'influenza che i teatrini della politica italiana hanno avuto, in tempi più o meno recenti, sulla nostra politica estera (memento Turigliatto, Rossi etc.) l'attivismo italiano in Medio Oriente è a mio parere più che apprezzabile. Per quanto riguarda il Libano, l'Italia ha avuto un ruolo importante nella mini-guerra fra Hezbollah ed Israele dell'estate del 2006 e fa parte della troika informale di euro-mediterranei (insieme a Spagna e, appunto, Francia) che tenta di mediare la crisi di queste settimane. E poi il conflitto israelo-palestinese, la Turchia, l'Onu e la moratoria sulla pena di morte, l'Italia sta ritagliandosi uno spazio importante con delle posizioni, nei limiti del possibile, di buon senso.
Se questo attivismo sia sufficente a limitare i danni in Medio Oriente è un discorso sul quale, purtroppo, rimango scettico. Mi domando però, se in questa fase piuttosto deprimente della politica nazionale, gli affari esteri non possano tornare ad avere quel ruolo di collante che hanno giocato (nella forma se non nella sostanza) fino all'11 settembre 2001.
Collante non nel senso bipartisan-menefreghista del termine ("siamo tutti europeisti, internazionalisti, atlantisti"), né in quello arcano, e per l'Italia anche un po' profano, dell''interesse nazionale'. Ma in quello, più alto e pragmatico allo stesso tempo, di dare al nostro paese un valore ed un ruolo concreto e proporzionato al nostro peso economico e politico.
Ora: che gli italiani abbiano un rapporto simbiotico coi cellulari è uno stereotipo abbastanza popolare all'estero. E che D'Alema non dia l'impresione di essere un campione di simpatia è putroppo per lui un altro stereotipo. Vorrei, però, dare a Massimo quel che è di Massimo.
Tiro a indovinare, ma il motivo più probabile per il quale dovesse urgentemente rispondere alla telefonata di Kouchner è la crisi libanese. Oggi scade infatti il mandato del presidente, il maronita Lahoud. I due campi contrapposti in questo ennesimo, triste scontro mediorientale--quello governativo filo-occidentale, prevalentemente sunnita da un lato e quello cristiano e sciita dall'altro--non hanno raggiunto un accordo e non si ha la più pallida idea di chi lo succederà e di che succederà.
Considerando l'influenza che i teatrini della politica italiana hanno avuto, in tempi più o meno recenti, sulla nostra politica estera (memento Turigliatto, Rossi etc.) l'attivismo italiano in Medio Oriente è a mio parere più che apprezzabile. Per quanto riguarda il Libano, l'Italia ha avuto un ruolo importante nella mini-guerra fra Hezbollah ed Israele dell'estate del 2006 e fa parte della troika informale di euro-mediterranei (insieme a Spagna e, appunto, Francia) che tenta di mediare la crisi di queste settimane. E poi il conflitto israelo-palestinese, la Turchia, l'Onu e la moratoria sulla pena di morte, l'Italia sta ritagliandosi uno spazio importante con delle posizioni, nei limiti del possibile, di buon senso.
Se questo attivismo sia sufficente a limitare i danni in Medio Oriente è un discorso sul quale, purtroppo, rimango scettico. Mi domando però, se in questa fase piuttosto deprimente della politica nazionale, gli affari esteri non possano tornare ad avere quel ruolo di collante che hanno giocato (nella forma se non nella sostanza) fino all'11 settembre 2001.
Collante non nel senso bipartisan-menefreghista del termine ("siamo tutti europeisti, internazionalisti, atlantisti"), né in quello arcano, e per l'Italia anche un po' profano, dell''interesse nazionale'. Ma in quello, più alto e pragmatico allo stesso tempo, di dare al nostro paese un valore ed un ruolo concreto e proporzionato al nostro peso economico e politico.
Friday, 16 November 2007
Non c'hanno più visto
È di oggi la notizia che gli osservatori dell'OSCE rinunceranno a monitorare le elezioni parlamentari in Russia del 2 dicembre. Motivo apparente: le lungaggini delle autorità russe nel rilasciare i visti.
Che le prossime elezioni in Russia--queste, più quelle presidenziali di marzo--saranno una farsa si sapeva da tempo (altro che primarie del Pd). E la presenza di osservatori stranieri era già stata pesantemente decurtata da oltre 400 nelle precedenti consultazioni a circa 70 questa volta. Ma che neanche a questa sparuta armata Brancaleone sia dato il permesso di entrare a causa del visto è davvero comica se non fosse tragica.
Ne ho parlato in un intervista in Russia Profile di questo mese. L'Europa continua a parlare alla Russia col registro sbagliato: spera di 'europeizzarla' col risultato di affliggersi umiliazioni sempre più pesanti. Bisognerà imparare ad essere un po' più pragmatici, a parole se non a fatti (il gas, purtroppo, ci serve sempre). Merkel e Sarkozy sembrano averlo capito. Aspettiamo tempi migliori.
Che le prossime elezioni in Russia--queste, più quelle presidenziali di marzo--saranno una farsa si sapeva da tempo (altro che primarie del Pd). E la presenza di osservatori stranieri era già stata pesantemente decurtata da oltre 400 nelle precedenti consultazioni a circa 70 questa volta. Ma che neanche a questa sparuta armata Brancaleone sia dato il permesso di entrare a causa del visto è davvero comica se non fosse tragica.
Ne ho parlato in un intervista in Russia Profile di questo mese. L'Europa continua a parlare alla Russia col registro sbagliato: spera di 'europeizzarla' col risultato di affliggersi umiliazioni sempre più pesanti. Bisognerà imparare ad essere un po' più pragmatici, a parole se non a fatti (il gas, purtroppo, ci serve sempre). Merkel e Sarkozy sembrano averlo capito. Aspettiamo tempi migliori.
Wednesday, 14 November 2007
Baciamo le mani
Forse ispirato dagli ultimi arresti mafiosi, mi sono imposto la visione del Padrino di Coppola (3 film x 3 ore l'uno, in un weekend morto gli si fa). Tralascio lodi ai primi due film e cercherò di sorvolare sul terzo che, oltre al plot un po' forzato su P2, Vaticano e Roberto Calvi, soffre della recitazione strappalacrime (di dolore dello spettatore) di Sofia Coppola nei panni della figghia di Don Corleone.
Una delle cose che mi hanno colpito di più, questa volta, è la raffigurazione della realtà italo-americana. Multiforme e mutevole, e certamente mutata rispetto agli anni a cui il film fa riferimento. Ma non troppo diversa nei valori e costumi da quella, per esempio, raffigurata nei Sopranos, che è ambientato ai giorni nostri (a proposito, lo danno in Italia?).
Dopo qualche mese a zonzo per la East Coast mi sono effettivamente reso conto che la realtà dei film non è poi troppo stereotipata. Non mi riferisco qui ovviamente ai cittadini italiani che volente o nolente, hanno deciso di abitare qui, nè allo stereotipo della criminalità organizzata. Mi riferisco a quella comunità, numerosa, di cittadini americani che si è radicata in delle tradizioni ed abitudini italiane che in Italia non esistono quasi più.
Incidentalmente la cosa mi fa pensare agli immigrati in Europa. Fenomeno diverso, parallelo forzato, mi si dirà. Ma poi penso ai (3,7 milioni di) turchi che vivono in Germania e ai miei amici di Istanbul o Ankara. Penso ai rumeni in Italia e ai miei amici di Bucharest o Sibiu. E penso a tutti quei tedeschi ed italiani che oggi sputano sentenze inappellabili su Turchia e Romania.
Cronaca alla mano, non posso biasimarli. Ma credo ci sia una tendenza a sottostimare quanto l'immigrazione influenzi la percezione di un determinato paese.
Una delle cose che mi hanno colpito di più, questa volta, è la raffigurazione della realtà italo-americana. Multiforme e mutevole, e certamente mutata rispetto agli anni a cui il film fa riferimento. Ma non troppo diversa nei valori e costumi da quella, per esempio, raffigurata nei Sopranos, che è ambientato ai giorni nostri (a proposito, lo danno in Italia?).
Dopo qualche mese a zonzo per la East Coast mi sono effettivamente reso conto che la realtà dei film non è poi troppo stereotipata. Non mi riferisco qui ovviamente ai cittadini italiani che volente o nolente, hanno deciso di abitare qui, nè allo stereotipo della criminalità organizzata. Mi riferisco a quella comunità, numerosa, di cittadini americani che si è radicata in delle tradizioni ed abitudini italiane che in Italia non esistono quasi più.
Incidentalmente la cosa mi fa pensare agli immigrati in Europa. Fenomeno diverso, parallelo forzato, mi si dirà. Ma poi penso ai (3,7 milioni di) turchi che vivono in Germania e ai miei amici di Istanbul o Ankara. Penso ai rumeni in Italia e ai miei amici di Bucharest o Sibiu. E penso a tutti quei tedeschi ed italiani che oggi sputano sentenze inappellabili su Turchia e Romania.
Cronaca alla mano, non posso biasimarli. Ma credo ci sia una tendenza a sottostimare quanto l'immigrazione influenzi la percezione di un determinato paese.
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Tuesday, 6 November 2007
Dell'allargamento/2
La severità del rapporto pubblicato oggi dalla Commissione Europea sui futuri allargamenti dell'Ue (Turchia e Balcani) è più che giustificata. I quotidiani che hanno riportato stralci del mio corsivo piuttosto duro di ieri sembrerebbero confermarlo.
Allo stesso tempo, sarebbe ingiusto ignorare un senso di rinnovata modestia e realismo da parte delle istituzioni europee riguardo alle future espansioni dell'Ue. Ne ha ben scritto Andrea Bonanni sul blog di Repubblica: l'ottimismo degli anni passati era esagerato, così come lo sono le espulsioni, i rimpatri e i mea culpa collettivi di oggi.
L'errore che si è fatto a suo tempo nel caso della Romania non è stato politico. È stata fondamentalmente una mancanza di buon senso. A Romania e Bulgaria è stato promesso l'ingresso nell'Ue al più tardi nel 2008, no matter what. È come se ad uno scolaro di quarta elementare si offrisse la promozione immediata alle medie: la stragrande maggioranza degli scolari si adagerebbe su questa certezza. E così è successo a Romania e Bulgaria. Da quando hanno ricevuto la garanzia del loro ingresso nell'Ue, le riforme giudiziarie e dell'amministrazione pubblica si sono praticamente bloccate.
Da qui a dire che i recenti fatti di cronaca nera siano colpa dell'Ue ce ne vuole. Ma ben venga il realismo della Commissione e ben venga l'opera di informazione e demistificazione dei media su processi che appaiono terribilmente tecnici ed astratti ma che in alcuni casi sono piuttosto logici.
Allo stesso tempo, sarebbe ingiusto ignorare un senso di rinnovata modestia e realismo da parte delle istituzioni europee riguardo alle future espansioni dell'Ue. Ne ha ben scritto Andrea Bonanni sul blog di Repubblica: l'ottimismo degli anni passati era esagerato, così come lo sono le espulsioni, i rimpatri e i mea culpa collettivi di oggi.
L'errore che si è fatto a suo tempo nel caso della Romania non è stato politico. È stata fondamentalmente una mancanza di buon senso. A Romania e Bulgaria è stato promesso l'ingresso nell'Ue al più tardi nel 2008, no matter what. È come se ad uno scolaro di quarta elementare si offrisse la promozione immediata alle medie: la stragrande maggioranza degli scolari si adagerebbe su questa certezza. E così è successo a Romania e Bulgaria. Da quando hanno ricevuto la garanzia del loro ingresso nell'Ue, le riforme giudiziarie e dell'amministrazione pubblica si sono praticamente bloccate.
Da qui a dire che i recenti fatti di cronaca nera siano colpa dell'Ue ce ne vuole. Ma ben venga il realismo della Commissione e ben venga l'opera di informazione e demistificazione dei media su processi che appaiono terribilmente tecnici ed astratti ma che in alcuni casi sono piuttosto logici.
Monday, 5 November 2007
Dell'allargamento/1
Venerdì scorso ho moderato un dibattito qui a Washington sull'allargamento dell'Ue. Relatore principale, il Direttore Generale della Commissione Europea Michael Leigh.
Si sarebbe potuto parlare di Turchia e PKK, di Serbia e Kosovo, delle dimissioni del premier bosniaco, che ha lasciato perchè la comunità internazionale lo fa sentire un po' Bart Simpson.
E tutto sommato se ne è anche parlato, ma la presenza di telecamere e taccuini all'incontro ha inevitabilmente irrigidito il dibattito.
A me in particolare stava a cuore sollevare la questione turca, che di settimana in settimana sembra essere in un vicolo sempre più cieco. Per questo ho preso carta e pc e ne ho scritto in un corsivo per EU Observer stamattina.
[Comment] Laying low on Turkey
05.11.2007 - 09:22 CET By Fabrizio Tassinari
EUOBSERVER / COMMENT - If further evidence were needed, the second progress report on Turkey's bid for European Union membership, to be released on 6 November by the European Commission, will confirm that Ankara is up for a bumpy and long ride.
Brussels' harsh remarks on Turkey's record of political reforms over the last year are admittedly warranted. And given the dramatic events that have taken place in the past months - the assassination of the Turkish-Armenian journalist Hrant Dink, the Army's 'e-coup' in April and the deterioration of the security situation in the Kurdish Southeast -such criticisms are hardly surprising.
What continues to be baffling is the EU's constant emphasis on the historic, unprecedented and unique character of its enlargement towards Turkey.
That Turkey constitutes a very special case in the EU enlargement history should be apparent even to the casual observer of international affairs. And so is Turkey's crucial importance for the prospects of democracy in the Arab-Muslim world, for EU's fledgling foreign policy and even for the fortunes of the Union as a political and economic entity.
European uneasiness with multiculturalism
Paradoxically, however, these are the very same items used by Ankara's many detractors to explain why Turkey's accession would spell the end of the EU.
The country's religious background, its volatile geopolitical environment, its vast size and rising population all make a perfect match with Europe's longstanding introspection and growing uneasiness with multiculturalism. And, in recent years, they have all played extremely well in the hands of Turkey-bashers in Europe.
To dispel these concerns, it would in principle suffice to recall the stipulations that Turkey and the EU agreed upon initiating accession negotiations in 2005.These state that 'negotiations are an open-ended process, the outcome of which cannot be guaranteed beforehand' and that 'long transitional periods, derogations, specific arrangements or permanent safeguard clauses' may have to be considered.
In plain English, this means that even if Turkey becomes a EU member, it may be prevented from ever integrating in the Union in certain sensitive sectors such as movement of people. If circumstances allowed a more serene and rational discussion on the matter, this would probably put to rest the rumours about 'privileged partnership' as a substitute to full membership, to which French President Nicolas Sarkozy has given a new lease of life.
But in the overheated political environment that characterises the debate on Turkey today, it is plainly not enough.
Advised to lay low
That is why, for the time being, supporters of Ankara's EU application would be well advised to lay low.Pro-EU leaders in Turkey and pro-Turkey leaders in Europe would be much better off if they avoided trumpeting the strategic and normative importance of Turkey's accession and focused on the substance of the Commission's work.
Even better, they would do Europe a huge favour if they dropped controversial references to the past, sidelined their inspired visions for the far future, and stuck to the serious challenges they face today.
This is not a tactical expedient: it is key to keep a minimum of credibility. The EU opened accession negotiations to make Turkey a member of the EU family, not an important friend (which it has already been for more than four decades).
Obsessive reminders about Turkey's make-or-break significance for Europe only testify to the EU's insecurity about the enlargement process and about itself. And in the end of the day, the European Commission evaluates a country's progress not its feasibility.
As the report confirms, the jury is going to be out on Ankara's progress for a fairly long time.But the verdict on Turkey's feasibility as a potential member state of the EU has been already reached.
Si sarebbe potuto parlare di Turchia e PKK, di Serbia e Kosovo, delle dimissioni del premier bosniaco, che ha lasciato perchè la comunità internazionale lo fa sentire un po' Bart Simpson.
E tutto sommato se ne è anche parlato, ma la presenza di telecamere e taccuini all'incontro ha inevitabilmente irrigidito il dibattito.
A me in particolare stava a cuore sollevare la questione turca, che di settimana in settimana sembra essere in un vicolo sempre più cieco. Per questo ho preso carta e pc e ne ho scritto in un corsivo per EU Observer stamattina.
[Comment] Laying low on Turkey
05.11.2007 - 09:22 CET By Fabrizio Tassinari
EUOBSERVER / COMMENT - If further evidence were needed, the second progress report on Turkey's bid for European Union membership, to be released on 6 November by the European Commission, will confirm that Ankara is up for a bumpy and long ride.
Brussels' harsh remarks on Turkey's record of political reforms over the last year are admittedly warranted. And given the dramatic events that have taken place in the past months - the assassination of the Turkish-Armenian journalist Hrant Dink, the Army's 'e-coup' in April and the deterioration of the security situation in the Kurdish Southeast -such criticisms are hardly surprising.
What continues to be baffling is the EU's constant emphasis on the historic, unprecedented and unique character of its enlargement towards Turkey.
That Turkey constitutes a very special case in the EU enlargement history should be apparent even to the casual observer of international affairs. And so is Turkey's crucial importance for the prospects of democracy in the Arab-Muslim world, for EU's fledgling foreign policy and even for the fortunes of the Union as a political and economic entity.
European uneasiness with multiculturalism
Paradoxically, however, these are the very same items used by Ankara's many detractors to explain why Turkey's accession would spell the end of the EU.
The country's religious background, its volatile geopolitical environment, its vast size and rising population all make a perfect match with Europe's longstanding introspection and growing uneasiness with multiculturalism. And, in recent years, they have all played extremely well in the hands of Turkey-bashers in Europe.
To dispel these concerns, it would in principle suffice to recall the stipulations that Turkey and the EU agreed upon initiating accession negotiations in 2005.These state that 'negotiations are an open-ended process, the outcome of which cannot be guaranteed beforehand' and that 'long transitional periods, derogations, specific arrangements or permanent safeguard clauses' may have to be considered.
In plain English, this means that even if Turkey becomes a EU member, it may be prevented from ever integrating in the Union in certain sensitive sectors such as movement of people. If circumstances allowed a more serene and rational discussion on the matter, this would probably put to rest the rumours about 'privileged partnership' as a substitute to full membership, to which French President Nicolas Sarkozy has given a new lease of life.
But in the overheated political environment that characterises the debate on Turkey today, it is plainly not enough.
Advised to lay low
That is why, for the time being, supporters of Ankara's EU application would be well advised to lay low.Pro-EU leaders in Turkey and pro-Turkey leaders in Europe would be much better off if they avoided trumpeting the strategic and normative importance of Turkey's accession and focused on the substance of the Commission's work.
Even better, they would do Europe a huge favour if they dropped controversial references to the past, sidelined their inspired visions for the far future, and stuck to the serious challenges they face today.
This is not a tactical expedient: it is key to keep a minimum of credibility. The EU opened accession negotiations to make Turkey a member of the EU family, not an important friend (which it has already been for more than four decades).
Obsessive reminders about Turkey's make-or-break significance for Europe only testify to the EU's insecurity about the enlargement process and about itself. And in the end of the day, the European Commission evaluates a country's progress not its feasibility.
As the report confirms, the jury is going to be out on Ankara's progress for a fairly long time.But the verdict on Turkey's feasibility as a potential member state of the EU has been already reached.
Friday, 2 November 2007
Ecchissenefrega?
Mi si chiederà, e mi si è chiesto, perchè continuo a scrivere prevalentemente di politica estera su questo blog (o perchè non ne scrivo in inglese).
Potrei dire che sono cose importanti, che sarebbe la verità più ovvia. Potrei dire che sono cose che mi interessano, che è anche la verità. Ma non posso ignorare che ne scrivo anche a causa del sostanziale disinteresse nel dibattito pubblico italiano su quello che accade 'out there'.
Mi si dirà ( e mi si è detto) che il provincialismo della nostra classe politica non è una novità. Che non è una novità che della Turchia si parli solo quando Calderoli ne spara una delle sue. Che non è una sorpresa che nell'avvenimento di più alto profilo dell'autunno politico italiano, le primarie del Pd, si sia parlato di politica estera solo per estendere la nostra solidarietà ai monaci birmani e per alimentare le beghe interne sul gruppo al Parlamento europeo che dovrebbe ospitare il nuovo partito.
Poi però avvengono fatti raccapriccianti come quello di Tor di Quinto a Roma, leggo del Palazzo che si scaglia indignato contro contro la Romania, contro l'Europa, e contro la Romania in Europa e mi convinco che scrivere di queste cose una sua utilità forse ce l'ha.
Potrei dire che sono cose importanti, che sarebbe la verità più ovvia. Potrei dire che sono cose che mi interessano, che è anche la verità. Ma non posso ignorare che ne scrivo anche a causa del sostanziale disinteresse nel dibattito pubblico italiano su quello che accade 'out there'.
Mi si dirà ( e mi si è detto) che il provincialismo della nostra classe politica non è una novità. Che non è una novità che della Turchia si parli solo quando Calderoli ne spara una delle sue. Che non è una sorpresa che nell'avvenimento di più alto profilo dell'autunno politico italiano, le primarie del Pd, si sia parlato di politica estera solo per estendere la nostra solidarietà ai monaci birmani e per alimentare le beghe interne sul gruppo al Parlamento europeo che dovrebbe ospitare il nuovo partito.
Poi però avvengono fatti raccapriccianti come quello di Tor di Quinto a Roma, leggo del Palazzo che si scaglia indignato contro contro la Romania, contro l'Europa, e contro la Romania in Europa e mi convinco che scrivere di queste cose una sua utilità forse ce l'ha.
Friday, 26 October 2007
Storia del presente
Ho finito di leggere History of the Present, un appassionante saggio sull'Europa di uno dei miei scrittori preferiti, lo storico inglese Timothy Garton Ash.
Il libro ripercorre la cronaca della politica continentale negli anni '90, dalla caduta del Muro a Maastricht, dalla guerra nell'ex-Yugoslavia all'Euro. E nell'intrecciare la complessa sequenza di quegli eventi, alterna telegrafici bollettini a brevi saggi, scritti nella maggior parte dei casi dalla trincea, che sia questa Danzica, Berlino o Pristina.
Il mio viaggio di questa settimana ha in un certo modo amplificato l'impatto di questa lettura e mi ha fatto assaporare un vaghissimo senso di dejà vu.
Sono arrivato a Bruxelles mentre i ministri dell'Ue apponevano la loro agognata firma sul trattato di riforma dell'Unione--un processo che ha virtualmente paralizzato l'Europa negli ultimi due anni. Sono passato ad Odessa, nell'Ucraina sud-occidentale, mentre russi ed europei si incontrano e continuano a scontrarsi su praticamente tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza europea, inclusa l'Ucraina. Mi sono poi spostato ad Istanbul, meteorologicamente umida e politicamente caldissima dopo il voto del Parlamento turco ad autorizzare incursioni dell'esercito nell'Iraq settentrionale.
Mi auguro ovviamente che il libriccino che ho in preparazione tragga da questi eventi un briciolo dell'ispirazione illuminata di Storia del presente. Allo stesso tempo, mi domando fino a che punto sia possibile osservare, valutare o perfino scrivere di eventi che appartengono alla cronaca col piglio determinista dello storico ("E' successo perchè doveva succedere").
Nel caso di Ash, devo dire che i risultati sono di una preveggenza impressionante.
Il libro ripercorre la cronaca della politica continentale negli anni '90, dalla caduta del Muro a Maastricht, dalla guerra nell'ex-Yugoslavia all'Euro. E nell'intrecciare la complessa sequenza di quegli eventi, alterna telegrafici bollettini a brevi saggi, scritti nella maggior parte dei casi dalla trincea, che sia questa Danzica, Berlino o Pristina.
Il mio viaggio di questa settimana ha in un certo modo amplificato l'impatto di questa lettura e mi ha fatto assaporare un vaghissimo senso di dejà vu.
Sono arrivato a Bruxelles mentre i ministri dell'Ue apponevano la loro agognata firma sul trattato di riforma dell'Unione--un processo che ha virtualmente paralizzato l'Europa negli ultimi due anni. Sono passato ad Odessa, nell'Ucraina sud-occidentale, mentre russi ed europei si incontrano e continuano a scontrarsi su praticamente tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza europea, inclusa l'Ucraina. Mi sono poi spostato ad Istanbul, meteorologicamente umida e politicamente caldissima dopo il voto del Parlamento turco ad autorizzare incursioni dell'esercito nell'Iraq settentrionale.
Mi auguro ovviamente che il libriccino che ho in preparazione tragga da questi eventi un briciolo dell'ispirazione illuminata di Storia del presente. Allo stesso tempo, mi domando fino a che punto sia possibile osservare, valutare o perfino scrivere di eventi che appartengono alla cronaca col piglio determinista dello storico ("E' successo perchè doveva succedere").
Nel caso di Ash, devo dire che i risultati sono di una preveggenza impressionante.
Sunday, 21 October 2007
La prima tragica scalinata
L'aeroporto di Bruxelles alle 8 di mattina non è il massimo, specialmente dopo un escursione termica di circa 15 gradi con Washington. Ma l'adrenalina rimane alta: fra poche ore sarò ad Odessa in Ucraina dove spero di poter finalmente apprezzare dal vivo uno dei riferimenti cult della cinematografia mondiale.
Ovviamente non mi riferisco ad Ejzenstejn ed alla Corazzata Potemkin, ma al mitico.
Ovviamente non mi riferisco ad Ejzenstejn ed alla Corazzata Potemkin, ma al mitico.
Wednesday, 17 October 2007
L'itinerario
Da domani e per i prossimi dieci giorni mi aspetta un tour europeo atipico e piuttosto estenuante: Bruxelles, Odessa, Istanbul, Danzica, Copenaghen e nuovamente Bruxelles.
Chi si trovi da quelle parti per lavoro o per diporto, batta pure un colpo qui. Io, se sopravvivo, farò lo stesso.
Chi si trovi da quelle parti per lavoro o per diporto, batta pure un colpo qui. Io, se sopravvivo, farò lo stesso.
Friday, 12 October 2007
ULIVO e ULIBO are no more
È una sensazione un po' agrodolce che la Scuola del Partito Democratico (ULIBO) abbia deciso di chiudere i battenti dopo poco più di un anno dalla sua fondazione.
Ho fatto parte, con piacere, del corpo docente e devo dire che in quel paio di occasioni che ho avuto l'opportunità di passare da Bologna ho avuto modo di apprezzare un ambiente ambizioso e dinamico. Soprattutto, credo di aver visto la rarità un ambiente politico de-politicizzato, ovvero decongestionato dal contingente, curioso e generoso intellettualmente.
Mi rendo però anche conto che per un'iniziativa di questo tipo, il contingente, di cui la più ovvia manifestazione sono le primarie di domenica, non poteva non influire. O meglio, mi domando se questo sia effettivamente il caso, ed è ciò che motiva la senzazione agrodolce. Ma rimango fondamentalmente convinto che ULIBO sia stata un esperimento riuscito e di grande valore sociale e culturale.
Ad ULIBO ho parlato soprattutto di Europa e credo di aver tentato una difesa del 'pensiero debole' europeo. Non so se abbia avuto successo ma mi auguro che, se non ora nel medio termine, il PD possa allo stesso modo confermare le ambizioni post-ideologiche sulle quali è stato concepito.
Per questo, alle primarie di domenica, ribadisco il mio sostegno a Mario e in particolare a Marco, che si candida in quella che, una dozzina di anni fa, era zona mia.
Ho fatto parte, con piacere, del corpo docente e devo dire che in quel paio di occasioni che ho avuto l'opportunità di passare da Bologna ho avuto modo di apprezzare un ambiente ambizioso e dinamico. Soprattutto, credo di aver visto la rarità un ambiente politico de-politicizzato, ovvero decongestionato dal contingente, curioso e generoso intellettualmente.
Mi rendo però anche conto che per un'iniziativa di questo tipo, il contingente, di cui la più ovvia manifestazione sono le primarie di domenica, non poteva non influire. O meglio, mi domando se questo sia effettivamente il caso, ed è ciò che motiva la senzazione agrodolce. Ma rimango fondamentalmente convinto che ULIBO sia stata un esperimento riuscito e di grande valore sociale e culturale.
Ad ULIBO ho parlato soprattutto di Europa e credo di aver tentato una difesa del 'pensiero debole' europeo. Non so se abbia avuto successo ma mi auguro che, se non ora nel medio termine, il PD possa allo stesso modo confermare le ambizioni post-ideologiche sulle quali è stato concepito.
Per questo, alle primarie di domenica, ribadisco il mio sostegno a Mario e in particolare a Marco, che si candida in quella che, una dozzina di anni fa, era zona mia.
Monday, 8 October 2007
Pubblicità progresso
Il Washington Post ha pubblicato negli ultimi tempi alcune pubblicità discutibili, ricevuto proteste dei lettori e Deborah Howell - l'Ombudsman del giornale - ha ritenuto opportuno intervenire.
Sui casi specifici, alcune proteste sono abbastanza scontate: pubblicità violenta o al limite della decenza nella parte del giornale dedicata ai bambini. Altre, dal mio punto di vista, più interessanti e riguardano per esempio la pubblicità della General Motors, che cita stralci di articoli dello stesso Post per dare credibilità alle sue campagne di protezione ambientale. (Manovra oggettivamente sospetta, in un periodo come questo nel quale si dibatte acremente di cambiamento climatico e del futuro 'post-Kyoto'). In entrambi i casi, l'Ombudsman ha rassicurato i lettori e ammonito il giornale, con un corsivo diciamo così 'di servizio' pubblicato nell'edizione domenicale.
Non credo mi sia capitato di leggere articoli del genere sui quotidiani italiani. E mi domando se, aldilà dell'authority, codici di autoregolamentazione etc, la procedura esista. Da lettore, la cosa mi sembra più che apprezzabile.
Sui casi specifici, alcune proteste sono abbastanza scontate: pubblicità violenta o al limite della decenza nella parte del giornale dedicata ai bambini. Altre, dal mio punto di vista, più interessanti e riguardano per esempio la pubblicità della General Motors, che cita stralci di articoli dello stesso Post per dare credibilità alle sue campagne di protezione ambientale. (Manovra oggettivamente sospetta, in un periodo come questo nel quale si dibatte acremente di cambiamento climatico e del futuro 'post-Kyoto'). In entrambi i casi, l'Ombudsman ha rassicurato i lettori e ammonito il giornale, con un corsivo diciamo così 'di servizio' pubblicato nell'edizione domenicale.
Non credo mi sia capitato di leggere articoli del genere sui quotidiani italiani. E mi domando se, aldilà dell'authority, codici di autoregolamentazione etc, la procedura esista. Da lettore, la cosa mi sembra più che apprezzabile.
Wednesday, 3 October 2007
Note sparse sulla politica giovane
La costituzione vieta a Vladimir Putin (55 anni) di ricandidarsi alla presidenza russa ma nessuno ha mai creduto che Putin si sarebbe ritirato così giovane. Puntualmente lunedì ha indicato che nel 2008 si potrebbe candidare al posto di primo ministro (da lui già occupato nel '99). Il che vorrebbe dire che il nuovo presidente russo (chiunque sia) diventerà poco più influente della regina d'Inghilterra.
A proposito di Gran Bretagna, continuano a scorrere fiumi d'inchiostro sul dopo-Brown. Ipotesi non del domani ma forse del dopodomani, e utile per dare uno sguardo all'anagrafe della politica inglese, nella quale i Cameron (41 anni) o i Miliband (42) non sono neanche tanto enfants prodiges.
Nel frattempo, Yulia Tymoshenko (46 anni) ha fatto faville nelle elezioni in Ucraina domenica scorsa. È possibile che la Pasionaria possa essere nominata primo ministro. Purtroppo, però, quel paese disgraziato continua a rimanere in bilico e la Russia ha già minacciato di tagliare nuovamente il gas.
Per quanto mi riguarda, mi sono confrontato e confortato giorni fa col sindaco di Washington, l'iperattivo Adrian Fenty: 37 anni, democratico e di origini italiane (anzi, Frosinoooun, come dice lui). Per me una rivelazione. Che sia di buon auspicio per il candidato suo coetaneo in Italia.
Infine, domani sarò a Houston, Texas per partecipare ad un dibattito del Young Leaders Program promosso dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Temi: energia e ambiente. Non potrebbe essere più appropriato, in Bush-country.
A proposito di Gran Bretagna, continuano a scorrere fiumi d'inchiostro sul dopo-Brown. Ipotesi non del domani ma forse del dopodomani, e utile per dare uno sguardo all'anagrafe della politica inglese, nella quale i Cameron (41 anni) o i Miliband (42) non sono neanche tanto enfants prodiges.
Nel frattempo, Yulia Tymoshenko (46 anni) ha fatto faville nelle elezioni in Ucraina domenica scorsa. È possibile che la Pasionaria possa essere nominata primo ministro. Purtroppo, però, quel paese disgraziato continua a rimanere in bilico e la Russia ha già minacciato di tagliare nuovamente il gas.
Per quanto mi riguarda, mi sono confrontato e confortato giorni fa col sindaco di Washington, l'iperattivo Adrian Fenty: 37 anni, democratico e di origini italiane (anzi, Frosinoooun, come dice lui). Per me una rivelazione. Che sia di buon auspicio per il candidato suo coetaneo in Italia.
Infine, domani sarò a Houston, Texas per partecipare ad un dibattito del Young Leaders Program promosso dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Temi: energia e ambiente. Non potrebbe essere più appropriato, in Bush-country.
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