È una sensazione un po' agrodolce che la Scuola del Partito Democratico (ULIBO) abbia deciso di chiudere i battenti dopo poco più di un anno dalla sua fondazione.
Ho fatto parte, con piacere, del corpo docente e devo dire che in quel paio di occasioni che ho avuto l'opportunità di passare da Bologna ho avuto modo di apprezzare un ambiente ambizioso e dinamico. Soprattutto, credo di aver visto la rarità un ambiente politico de-politicizzato, ovvero decongestionato dal contingente, curioso e generoso intellettualmente.
Mi rendo però anche conto che per un'iniziativa di questo tipo, il contingente, di cui la più ovvia manifestazione sono le primarie di domenica, non poteva non influire. O meglio, mi domando se questo sia effettivamente il caso, ed è ciò che motiva la senzazione agrodolce. Ma rimango fondamentalmente convinto che ULIBO sia stata un esperimento riuscito e di grande valore sociale e culturale.
Ad ULIBO ho parlato soprattutto di Europa e credo di aver tentato una difesa del 'pensiero debole' europeo. Non so se abbia avuto successo ma mi auguro che, se non ora nel medio termine, il PD possa allo stesso modo confermare le ambizioni post-ideologiche sulle quali è stato concepito.
Per questo, alle primarie di domenica, ribadisco il mio sostegno a Mario e in particolare a Marco, che si candida in quella che, una dozzina di anni fa, era zona mia.
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Friday, 12 October 2007
Wednesday, 3 October 2007
Note sparse sulla politica giovane
La costituzione vieta a Vladimir Putin (55 anni) di ricandidarsi alla presidenza russa ma nessuno ha mai creduto che Putin si sarebbe ritirato così giovane. Puntualmente lunedì ha indicato che nel 2008 si potrebbe candidare al posto di primo ministro (da lui già occupato nel '99). Il che vorrebbe dire che il nuovo presidente russo (chiunque sia) diventerà poco più influente della regina d'Inghilterra.
A proposito di Gran Bretagna, continuano a scorrere fiumi d'inchiostro sul dopo-Brown. Ipotesi non del domani ma forse del dopodomani, e utile per dare uno sguardo all'anagrafe della politica inglese, nella quale i Cameron (41 anni) o i Miliband (42) non sono neanche tanto enfants prodiges.
Nel frattempo, Yulia Tymoshenko (46 anni) ha fatto faville nelle elezioni in Ucraina domenica scorsa. È possibile che la Pasionaria possa essere nominata primo ministro. Purtroppo, però, quel paese disgraziato continua a rimanere in bilico e la Russia ha già minacciato di tagliare nuovamente il gas.
Per quanto mi riguarda, mi sono confrontato e confortato giorni fa col sindaco di Washington, l'iperattivo Adrian Fenty: 37 anni, democratico e di origini italiane (anzi, Frosinoooun, come dice lui). Per me una rivelazione. Che sia di buon auspicio per il candidato suo coetaneo in Italia.
Infine, domani sarò a Houston, Texas per partecipare ad un dibattito del Young Leaders Program promosso dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Temi: energia e ambiente. Non potrebbe essere più appropriato, in Bush-country.
A proposito di Gran Bretagna, continuano a scorrere fiumi d'inchiostro sul dopo-Brown. Ipotesi non del domani ma forse del dopodomani, e utile per dare uno sguardo all'anagrafe della politica inglese, nella quale i Cameron (41 anni) o i Miliband (42) non sono neanche tanto enfants prodiges.
Nel frattempo, Yulia Tymoshenko (46 anni) ha fatto faville nelle elezioni in Ucraina domenica scorsa. È possibile che la Pasionaria possa essere nominata primo ministro. Purtroppo, però, quel paese disgraziato continua a rimanere in bilico e la Russia ha già minacciato di tagliare nuovamente il gas.
Per quanto mi riguarda, mi sono confrontato e confortato giorni fa col sindaco di Washington, l'iperattivo Adrian Fenty: 37 anni, democratico e di origini italiane (anzi, Frosinoooun, come dice lui). Per me una rivelazione. Che sia di buon auspicio per il candidato suo coetaneo in Italia.
Infine, domani sarò a Houston, Texas per partecipare ad un dibattito del Young Leaders Program promosso dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti. Temi: energia e ambiente. Non potrebbe essere più appropriato, in Bush-country.
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Sunday, 16 September 2007
Let's talk welfare
Ho scritto giorni fa che gli italiani all'estero non sono "specie protetta" ma una risorsa che potrebbe e dovrebbe contribuire al dibattito nel nostro Paese con un bagaglio di esperienze e conoscenze largamente sottostimato. Provo razzolare un po' sul predicato parlando di welfare.
Personalmente ho avuto l'opportunità di vedere da vicino due realtà teoricamente agli antipodi per quanto riguarda il modello di stato sociale che propongono: gli Stati Uniti e la Danimarca.
Ho sentito diverse persone parlare molto positivamente--udite, udite--della sanità americana: servizi all'avanguardia, professionalità impeccabili ecc. Ma i limiti di questo sistema sono ultranoti e non è necessario andarsi a vedere Sicko di Michael Moore per capirli. Un sistema nel quale un cittadino su 7, 47 milioni di persone, non è coperto da assicurazione sanitaria è strutturamente predisposto a squilibri enormi.
Più controverso è criticare il modello scandinavo. Un sistema nel quale, per esempio, i sussidi di disoccupazione raggiungono l'85% dello stipendio e vengono erogati fino a 4 anni dopo il licenziamento farebbe sentire qualsiasi residente straniero come Alice nel paese delle meraviglie. E diverse voci autorevoli (vedi per esempio qui e qui) si sono spese sull'opportunità di importare nel nostro Paese alcuni elementi di questo modello, fra gli altri la cosiddetta 'flexicurity'.
La realtà però è più complessa. Un sistema dinamico e oggettivamente generoso come quello danese, per esempio, fatica enormemente a gestire ed integrare i flussi migratori, ha prodotto la legislazione sull’immigrazione più rigida d'Europa e profonde fratture all’interno delle realtà locali.
Ora: è facile dire che un modello di welfare sostenibile ed equo debba coniugare solidarietà e competitività, diritti del cittadino e pragmatismo, trasparenza ed efficienza. È più difficile trovare risposte adattabili ad una realtà frammentaria come quella italiana. Per questo non è superfluo discutere del funzionamento concreto, quotidiano del welfare in altri paesi europei.
E sulla base delle esperienze di riforme in altri paesi europei, non è superfluo porre, in modo costante, martellante, la madre di tutte le domande: nell'Italia gerontocratica di cui parla Mario Adinolfi, a chi giova parlare di welfare? Per la nostra generazione, è una domanda tutt'altro che retorica.
Personalmente ho avuto l'opportunità di vedere da vicino due realtà teoricamente agli antipodi per quanto riguarda il modello di stato sociale che propongono: gli Stati Uniti e la Danimarca.
Ho sentito diverse persone parlare molto positivamente--udite, udite--della sanità americana: servizi all'avanguardia, professionalità impeccabili ecc. Ma i limiti di questo sistema sono ultranoti e non è necessario andarsi a vedere Sicko di Michael Moore per capirli. Un sistema nel quale un cittadino su 7, 47 milioni di persone, non è coperto da assicurazione sanitaria è strutturamente predisposto a squilibri enormi.
Più controverso è criticare il modello scandinavo. Un sistema nel quale, per esempio, i sussidi di disoccupazione raggiungono l'85% dello stipendio e vengono erogati fino a 4 anni dopo il licenziamento farebbe sentire qualsiasi residente straniero come Alice nel paese delle meraviglie. E diverse voci autorevoli (vedi per esempio qui e qui) si sono spese sull'opportunità di importare nel nostro Paese alcuni elementi di questo modello, fra gli altri la cosiddetta 'flexicurity'.
La realtà però è più complessa. Un sistema dinamico e oggettivamente generoso come quello danese, per esempio, fatica enormemente a gestire ed integrare i flussi migratori, ha prodotto la legislazione sull’immigrazione più rigida d'Europa e profonde fratture all’interno delle realtà locali.
Ora: è facile dire che un modello di welfare sostenibile ed equo debba coniugare solidarietà e competitività, diritti del cittadino e pragmatismo, trasparenza ed efficienza. È più difficile trovare risposte adattabili ad una realtà frammentaria come quella italiana. Per questo non è superfluo discutere del funzionamento concreto, quotidiano del welfare in altri paesi europei.
E sulla base delle esperienze di riforme in altri paesi europei, non è superfluo porre, in modo costante, martellante, la madre di tutte le domande: nell'Italia gerontocratica di cui parla Mario Adinolfi, a chi giova parlare di welfare? Per la nostra generazione, è una domanda tutt'altro che retorica.
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Monday, 3 September 2007
La risorsa
A me questa storia dell'italiano residente all'estero come "specie protetta"--regole diverse, diritti particolari, RAI International oscurata o meno--non è mai piaciuta. Quello è l'italiano dell'On. Tremaglia, se tale figura effettivamente esiste (dai risultati delle politiche '06, direi di no).
Secondo me, chi ha scelto di vivere all'estero è e dovrebbe essere considerato come una risorsa per l'Italia. Non sono necessarie ricette o trattamenti particolari: solo l'opportunità di partecipare e contribuire con ciò che si è vissuto, imparato e visto.
Proprio per questo il messaggio di Mario ha una validità e risonanza per noi all'estero.
Fortunatamente, non sono solo io a pensarla così: sostenitori, candidati e comitati "Si Può Fare" ormai colorano le mappe del Nord America e dell'Europa e questa settimana cominceremo ad approntare le liste per l'estero.
Per chi fosse interessato, il mio indirizzo è sempre FT@ifs.ku.dk.
Secondo me, chi ha scelto di vivere all'estero è e dovrebbe essere considerato come una risorsa per l'Italia. Non sono necessarie ricette o trattamenti particolari: solo l'opportunità di partecipare e contribuire con ciò che si è vissuto, imparato e visto.
Proprio per questo il messaggio di Mario ha una validità e risonanza per noi all'estero.
Fortunatamente, non sono solo io a pensarla così: sostenitori, candidati e comitati "Si Può Fare" ormai colorano le mappe del Nord America e dell'Europa e questa settimana cominceremo ad approntare le liste per l'estero.
Per chi fosse interessato, il mio indirizzo è sempre FT@ifs.ku.dk.
Tuesday, 28 August 2007
Back to Europe
Giovedì parteciperò ad una conferenza sulle relazioni fra Europa e Stati uniti organizzata dall'Università di Dublino.
Ventotto ore non saranno sufficenti per apprezzare le meraviglie di Dublino né per capire i segreti di questa 'tigre celtica' (crescita media del pil intorno al 5-6% negli ultimi anni). Ma sono abbastanza per incontrare i nostri sostenitori alle primarie.
Ventotto ore non saranno sufficenti per apprezzare le meraviglie di Dublino né per capire i segreti di questa 'tigre celtica' (crescita media del pil intorno al 5-6% negli ultimi anni). Ma sono abbastanza per incontrare i nostri sostenitori alle primarie.
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Wednesday, 22 August 2007
La mela più grande
Dopo una breve tappa nel New Jersey, da domani la nostra campagna per le primarie del Partito democratico si sposta a New York. Per chi volesse incontrarci, l'email è FT@ifs.ku.dk.
Per quanto mi riguarda, comincerò con il pellegrinaggio alla United Nations Plaza.
Per quanto mi riguarda, comincerò con il pellegrinaggio alla United Nations Plaza.
Saturday, 18 August 2007
Perchè sto con Mario
In teoria, le primarie del Partito democratico—quello italiano, tanto per essere chiari—sono un’innovazione interessante e per certi versi coraggiosa. Per come si sta svolgendo la campagna, però, queste elezioni rischiano di assomigliare ad un gran premio di Formula 1 corso tutto con la safety car davanti: si sa quali sono le squadre più forti, ma si sa anche chi arriverà primo, secondo e terzo.
Per come la vedo io, queste primarie non sono solo un esercizio più o meno utile di democrazia diretta, ma rappresentano un’opportunità. L’opportunità di riconciliare due anime che hanno da sempre definito, e troppo spesso logorato, la vita politica italiana. L’opportunità di influire sulle priorità e la direzione di quello che sarà il primo partito italiano. E l’opportunità di dare un significato più credibile ad una delle parole più abusate del vocabolario politico: 'pluralismo.'
Per questo ho deciso di sostenere la campagna di Mario Adinolfi a segretario nazionale del Pd.
Quella di Mario non è né una mobilitazione anti-establishment, né la battaglia di Davide contro Golia, né un manifesto di e per i 'giovani'. O meglio: la sua campagna—che ormai da diverse settimane non è fortunatamente più solo la sua—è forse tutto questo ma è anche e soprattutto una sfida determinata con un messaggio provocatorio quanto ineccepibile: contrastare quello che lui chiama il ‘genocidio politico generazionale.'
Come? Ridefinendo il sistema pensionistico il maniera più sostenibile; rilanciando gli investimenti per la ricerca; riformando il sistema creditizio, fra l'altro. Chi, come me, ha scelto di abitare in un altro paese europeo avrà forse avuto modo di apprezzare che questo tipo di riforme sono il minimo indispensabile per dare una speranza a questa Europa terrorizzata dalla globalizzazione.
E chi, come me, ha scelto di abitare in un altro paese europeo sa anche che l'Europa è sì Erasmus, Ryanair e passaporti sepolti nel cassetto, ma è anche molto molto di più, nel bene e nel male. E magari vuole contribuire, arricchire e restituire all'Italia ciò che ha visto, vissuto ed imparato.
Secondo me, è un'opportunità che non possiamo permetterci di sprecare. E neanche secondo Mario.
Per come la vedo io, queste primarie non sono solo un esercizio più o meno utile di democrazia diretta, ma rappresentano un’opportunità. L’opportunità di riconciliare due anime che hanno da sempre definito, e troppo spesso logorato, la vita politica italiana. L’opportunità di influire sulle priorità e la direzione di quello che sarà il primo partito italiano. E l’opportunità di dare un significato più credibile ad una delle parole più abusate del vocabolario politico: 'pluralismo.'
Per questo ho deciso di sostenere la campagna di Mario Adinolfi a segretario nazionale del Pd.
Quella di Mario non è né una mobilitazione anti-establishment, né la battaglia di Davide contro Golia, né un manifesto di e per i 'giovani'. O meglio: la sua campagna—che ormai da diverse settimane non è fortunatamente più solo la sua—è forse tutto questo ma è anche e soprattutto una sfida determinata con un messaggio provocatorio quanto ineccepibile: contrastare quello che lui chiama il ‘genocidio politico generazionale.'
Come? Ridefinendo il sistema pensionistico il maniera più sostenibile; rilanciando gli investimenti per la ricerca; riformando il sistema creditizio, fra l'altro. Chi, come me, ha scelto di abitare in un altro paese europeo avrà forse avuto modo di apprezzare che questo tipo di riforme sono il minimo indispensabile per dare una speranza a questa Europa terrorizzata dalla globalizzazione.
E chi, come me, ha scelto di abitare in un altro paese europeo sa anche che l'Europa è sì Erasmus, Ryanair e passaporti sepolti nel cassetto, ma è anche molto molto di più, nel bene e nel male. E magari vuole contribuire, arricchire e restituire all'Italia ciò che ha visto, vissuto ed imparato.
Secondo me, è un'opportunità che non possiamo permetterci di sprecare. E neanche secondo Mario.
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