Ho sempre pensato che l'approfondimento politico della tradizione televisiva anglosassone--HARDtalk della BBC, per esempio--fosse anni-luce di distanza dai talvolta imbarazzanti sipari che passano per le TV italiane. Domande 'vere', critiche ficcanti e regolari interruzioni del giornalista se il politico di turno comincia a divagare.
Tutto questo, prima di vedere ieri sera la trasmissione con Sarkozy su TV5 Monde. Tavolo triangolare. Seduti da un lato, due conduttori che lo tempestano di domande e lo guardano con lo scetticismo col quale un professore guarda lo studente che non ha fatto i compiti. Dall'altro lato, un altro giornalista o esperto che si alterna a turno ogni 15-20 minuti per domande su temi specifici: economia, immigrazione, società etc. Sul terzo lato, circondato dalle due artiglierie, Monsieur le President Per un'ora e mezza, Sarkozy è stato rosolato a fuoco lento con domande specifiche a ripetizione. Davvero senza tregua.
Sulla sostanza, alcune delle cose che ha detto mi hanno lasciato perplesso. Per esempio, si è detto certo che Italia e Spagna non faranno più 'amnistie' di clandestini come quelle di qualche anno fa (circa 700 mila richieste in entrambe i casi, se non ricordo male), e onestamente con l'aria che tira non ne sono troppo sicuro.
Però bisogna dargli atto che ci sa fare: molto preparato sui numeri, mai a disagio sulle critiche, molto avvocatesco nel modo di arringare il pubblico. E poi l'adrenalina: sembra che l'aggettivo più frequente che sia stato attribuito a Sarkozy in questo anno scarso di presidenza sia 'iperattivo.' Vedere per credere.
Friday, 25 April 2008
Tuesday, 22 April 2008
La flexicurity e la pigrizia
Su questo numero della prestigiosa rivista americana Foreign Affairs c'è un articolo a mio parere interessante di Robert Kuttner intitolato "The Copenhagen Consensus".
Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l'autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della "flexicurity", il risultato piu' evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.
In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.
A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: "path dependence."
"Path dependence" è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, "path dependence" è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.
Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso "scandinavo" in altri paesi dell'Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.
Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.
Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l'autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della "flexicurity", il risultato piu' evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.
In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.
A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: "path dependence."
"Path dependence" è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, "path dependence" è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.
Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso "scandinavo" in altri paesi dell'Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.
Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.
Thursday, 17 April 2008
Più prosaicamente...
...uno torna in albergo dopo un'immersione del genere, accende il computer e legge del Presidente del Consiglio in pectore che incontra il suo omologo russo prossimo venturo in Sardegna. Didascalia: "vecchi amici".
Ora: capisco che Putin era di passaggio dalla Libia (buono pure quello); e capisco anche che di questi tempi possa sembrare quasi antipatriottico ricominciare con le schermaglie teatrali della politica nostrana. Però che tre giorni dopo le elezioni, il primo leader internazionale che Berlusconi incontri sia Putin (prossimo primo ministro), davvero non me lo spiego. O meglio, me lo spiego fin troppo, ma mi sembra quanto meno fuori luogo.
Ora: capisco che Putin era di passaggio dalla Libia (buono pure quello); e capisco anche che di questi tempi possa sembrare quasi antipatriottico ricominciare con le schermaglie teatrali della politica nostrana. Però che tre giorni dopo le elezioni, il primo leader internazionale che Berlusconi incontri sia Putin (prossimo primo ministro), davvero non me lo spiego. O meglio, me lo spiego fin troppo, ma mi sembra quanto meno fuori luogo.
Sarajevo
Se non fosse per i minareti, per le preghiere che echeggiano dai megafoni, e per le chiese ortodosse, Sarajevo vecchia potrebbe essere tranquillamente un paese nell'appennino umbro. Purtroppo, com'è noto, dal 92 al 95 quei "se non fosse" sono stati la scusa per riempire di lapidi i tanti cimiteri della città (molti dei quali davvero suggestivi).
Sotto diversi punti di vista, la Bosnia rimane un paese congelato nel tempo: ha 3 presidenti, una specie di vicerè internazionale ed un assetto istituzionale ancora ancorato agli accordi forzati da Clinton a Dayton 12 anni fa. Ma molto sta cambiando: proprio ieri, per esempio il parlamento qui ha, dopo anni di negoziati sfiancanti, definito la riforma del corpo di polizia, anch'esso finora diviso in 3. Questo dovrebbe spianare la strada per la firma un'Accordo di Associazione e Stabilizzazione, anticamera dell'accesso nell'Ue.
Nella Commissione Internazionale per i Balcani presieduta da Giuliano Amato si auspicava che i paesi Balcani possano entrare nell'Ue nel 2014, esattamente un secolo dopo l'omicidio di Sarajevo che provocò il casus belli per la prima guerra mondiale. Forse in 6 anni non ci si fa, ma sono fiducioso che Sarajevo quel secolo terribile se lo sia messo definitavemente alle spalle.
Sotto diversi punti di vista, la Bosnia rimane un paese congelato nel tempo: ha 3 presidenti, una specie di vicerè internazionale ed un assetto istituzionale ancora ancorato agli accordi forzati da Clinton a Dayton 12 anni fa. Ma molto sta cambiando: proprio ieri, per esempio il parlamento qui ha, dopo anni di negoziati sfiancanti, definito la riforma del corpo di polizia, anch'esso finora diviso in 3. Questo dovrebbe spianare la strada per la firma un'Accordo di Associazione e Stabilizzazione, anticamera dell'accesso nell'Ue.
Nella Commissione Internazionale per i Balcani presieduta da Giuliano Amato si auspicava che i paesi Balcani possano entrare nell'Ue nel 2014, esattamente un secolo dopo l'omicidio di Sarajevo che provocò il casus belli per la prima guerra mondiale. Forse in 6 anni non ci si fa, ma sono fiducioso che Sarajevo quel secolo terribile se lo sia messo definitavemente alle spalle.
Monday, 14 April 2008
Amaro e dolce
È molto amaro pensare di essere rappresentato potenzialmente fino al 2013 (duemilatredici!) dal centrodestra, e da questo centrodestra. È oggettivamente amaro vedere tabelle con un divario del 9% (novepercento!) fra le due coalizioni maggiori. E tutto sommato è amaro vedere che la sinistra radicale, per quanto scalcagnata per organizzazione, sparisca dall'agone della democrazia parlamentare italiana.
È secondo me dolce vedere che quasi i tre quarti degli elettori italiani abbiano scelto i due partiti maggiori. Creare un bipolarismo by default e con la "porcata", è una potenziale meraviglia che solo l'elettore italiano poteva cacciare dal cilindro. Ma è "anche" il frutto delle scelte di Veltroni, che ha scommesso sugli sbarramenti e spinto il centro-destra a creare il PdL. E sarebbe dolce immaginare che quel 70% riuscisse a convergere su almeno alcune delle scelte economiche ed istituzionali fondamentali che aspettano la prossima legislatura.
Tutto questo scritto a caldo. Perchè da Belgrado, dove mi trovo a discutere di nazioni che si sgretolano, Europa che si allontana, e disoccupazione al 30%, tutto ha un altro sapore.
È secondo me dolce vedere che quasi i tre quarti degli elettori italiani abbiano scelto i due partiti maggiori. Creare un bipolarismo by default e con la "porcata", è una potenziale meraviglia che solo l'elettore italiano poteva cacciare dal cilindro. Ma è "anche" il frutto delle scelte di Veltroni, che ha scommesso sugli sbarramenti e spinto il centro-destra a creare il PdL. E sarebbe dolce immaginare che quel 70% riuscisse a convergere su almeno alcune delle scelte economiche ed istituzionali fondamentali che aspettano la prossima legislatura.
Tutto questo scritto a caldo. Perchè da Belgrado, dove mi trovo a discutere di nazioni che si sgretolano, Europa che si allontana, e disoccupazione al 30%, tutto ha un altro sapore.
Thursday, 10 April 2008
La balcanizzazione dell'Italia
Questi ultimi giorni di campagna elettorale si sono imbruttiti per tono e temi. Per certi versi consola sapere che gli italiani all'estero hanno già votato.
Riportai tempo fa una dichiarazione di Angelo Rovati , braccio destro di Prodi, che all'indomani della caduta del governo sostenne che il Centro-sinistra è come l'ex Jugoslavia. Ironia della sorte, lunedì prossimo, mentre i primi risultati di queste inopportune elezioni cominceranno ad invadere siti e tv, io starò parlando agli studenti e docenti dell'Università di Belgrado, per poi spostarmi, 48 ore dopo, a Sarajevo.
Risparmierò all'audience serba citazioni infelici, ma dubito che lunedì riuscirò a togliermi dalla testa quella similitudine. Posso solo sperare che il risultato di queste elezioni non sarà pareggio, frammentazione, stasi: insomma l'ennesima 'balcanizzazione' del panorama politico italiano.
Riportai tempo fa una dichiarazione di Angelo Rovati , braccio destro di Prodi, che all'indomani della caduta del governo sostenne che il Centro-sinistra è come l'ex Jugoslavia. Ironia della sorte, lunedì prossimo, mentre i primi risultati di queste inopportune elezioni cominceranno ad invadere siti e tv, io starò parlando agli studenti e docenti dell'Università di Belgrado, per poi spostarmi, 48 ore dopo, a Sarajevo.
Risparmierò all'audience serba citazioni infelici, ma dubito che lunedì riuscirò a togliermi dalla testa quella similitudine. Posso solo sperare che il risultato di queste elezioni non sarà pareggio, frammentazione, stasi: insomma l'ennesima 'balcanizzazione' del panorama politico italiano.
Wednesday, 2 April 2008
O Bucarest, o morte
La prima, e per ora unica, volta che ho ascoltato Viktor Yushchenko e Mikheil Saakashvili parlare è stato un paio di anni fa nel mastodonte di marmo bianco costruito da Ceausescu a Bucarest. I presidenti di Ucraina e Georgia ritornano in quel palazzo oggi per il vertice della NATO. La differenza, questa volta, è che presumo parleranno poco e ascolteranno tanto.
Solitamente i vertici internazionali sono vetrine per decisioni, talvolta storiche, contrattate in anticipo. Dopo mesi di negoziati, però, questa volta i capi di stato dell’Alleanza atlantica si incontreranno senza aver raggiunto un compromesso sulla possibilità di avvicinare la prospettiva di adesione per Kiev e Tbilisi.
Le posizioni contrapposte sono quelle solite, e aggiungo purtroppo. Si sa che gli americani vogliono spingere sull’acceleratore. E si sa anche che la Russia, con Putin in una delle sue ultime uscite ufficiali da Presidente (poi si vedrà), darà battaglia.
Io sono convinto che la prospettiva del cosiddetto Membership Action Plan (MAP), testa di ponte verso l’adesione, debba essere offerto a questi due paesi. E questo non tanto perchè se lo sono meritato—bisogna pur ammettere che negli ultimi 3-4 anni le ‘rivoluzioni colorate’ si siano tristemente sbiadite. Ma per la loro tenacia nell’avvicinarsi all’Occidente (dopo tutto, i sondaggi in Ucraina danno il supporto popolare per la NATO a meno del 20%).
Il MAP non è nè una scorciatoia nè una garanzia, ma è il segnale che l’Occidente continua a riporre fiducia nelle riforme e nella transizione dei paesi ex-Sovietici. Sia Yushchenko che Saakashvili sanno che quel segnale, per ora, non arriverà dall’Ue, e possono solo sperare che l’avanzamento verso la NATO possa giocare lo stesso ruolo che giocò per paesi come la Polonia, che entrarono nell’Alleanza 5 anni prima dell’Ue.
In tutto questo, il “purtroppo” riguarda le posizioni di Francia e Germania, che si oppongono al MAP per questi due paesi. La cosa che personalmente mi delude è la continuità di Merkel e Sarkozy, che dopo tutto sembrano mantenere le supine posizioni filo-russe dei loro predecessori, a dispetto di proclami all’apparenza coraggiosi.
Per una volta, la partita si gioca tutta al vertice. Non sarà la fine del mondo se la NATO risponderà picche questa volta. Ma la dirà lunga sulle nostre capacità di ricompattarci di fronte alla Russia.
Solitamente i vertici internazionali sono vetrine per decisioni, talvolta storiche, contrattate in anticipo. Dopo mesi di negoziati, però, questa volta i capi di stato dell’Alleanza atlantica si incontreranno senza aver raggiunto un compromesso sulla possibilità di avvicinare la prospettiva di adesione per Kiev e Tbilisi.
Le posizioni contrapposte sono quelle solite, e aggiungo purtroppo. Si sa che gli americani vogliono spingere sull’acceleratore. E si sa anche che la Russia, con Putin in una delle sue ultime uscite ufficiali da Presidente (poi si vedrà), darà battaglia.
Io sono convinto che la prospettiva del cosiddetto Membership Action Plan (MAP), testa di ponte verso l’adesione, debba essere offerto a questi due paesi. E questo non tanto perchè se lo sono meritato—bisogna pur ammettere che negli ultimi 3-4 anni le ‘rivoluzioni colorate’ si siano tristemente sbiadite. Ma per la loro tenacia nell’avvicinarsi all’Occidente (dopo tutto, i sondaggi in Ucraina danno il supporto popolare per la NATO a meno del 20%).
Il MAP non è nè una scorciatoia nè una garanzia, ma è il segnale che l’Occidente continua a riporre fiducia nelle riforme e nella transizione dei paesi ex-Sovietici. Sia Yushchenko che Saakashvili sanno che quel segnale, per ora, non arriverà dall’Ue, e possono solo sperare che l’avanzamento verso la NATO possa giocare lo stesso ruolo che giocò per paesi come la Polonia, che entrarono nell’Alleanza 5 anni prima dell’Ue.
In tutto questo, il “purtroppo” riguarda le posizioni di Francia e Germania, che si oppongono al MAP per questi due paesi. La cosa che personalmente mi delude è la continuità di Merkel e Sarkozy, che dopo tutto sembrano mantenere le supine posizioni filo-russe dei loro predecessori, a dispetto di proclami all’apparenza coraggiosi.
Per una volta, la partita si gioca tutta al vertice. Non sarà la fine del mondo se la NATO risponderà picche questa volta. Ma la dirà lunga sulle nostre capacità di ricompattarci di fronte alla Russia.
Tuesday, 25 March 2008
Il rovescio dell'inciucio
Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di "andare all'inferno." Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.
Trasposto all'Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell'ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l'agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.
Il compromesso è un'arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell'Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa 'al rialzo', frutto della sintesi e dell'abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.
La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell'inciucio--non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo 'ma-anchista'. Ora sembra essere tornati al caro vecchio 'manicheismo', al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.
Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.
Per quanto riguarda l'Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l'abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell'economia richiederebbero scelte concordate.
E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il 'compromesso storico' finì col pagare il prezzo più alto.
Trasposto all'Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell'ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l'agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.
Il compromesso è un'arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell'Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa 'al rialzo', frutto della sintesi e dell'abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.
La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell'inciucio--non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo 'ma-anchista'. Ora sembra essere tornati al caro vecchio 'manicheismo', al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.
Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.
Per quanto riguarda l'Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l'abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell'economia richiederebbero scelte concordate.
E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il 'compromesso storico' finì col pagare il prezzo più alto.
Friday, 14 March 2008
L'"irruzione" e il pentalogo
Leggo della politica estera che "irrompe" nella campagna elettorale, dopo le dichiarazioni di Antonio Martino su Libano (ns militari out) ed Iraq (ns militari in, again). Ho il sospetto che questa rimarrà una delle rarissime volte nelle quali si parlerà di politica estera in questa campagna elettorale, e francamente mi sembra sia stata un'occasione persa.
Come (sorprendentemente!) si legge in molte delle reazioni all'intervista a Martino, entrambe le questioni dovrebbero essere affrontate nel quadro degli impegni internazionali già presi. Si potrebbero (ri)discutere le regole d'ingaggio. Ma la nostra presenza militare in Libano e un ritorno in Iraq fanno entrambi parte di una discussione largamente legata al contingente.
Ci sarebbero invece dozzine di questioni più strutturali che non solo superano lo stereotipo centro-sinistra/europeista vs. centro-destra/atlantista, ma che richiederebbero qualche riflessione più approfondita, anche se il disaccordo fra i contendenti non è lampante.
Un pentalogo molto minimalista richiederebbe qualche parolina su almeno alcune delle seguenti questioni:
1) Come pensa di comportarsi il nuovo governo nel caso di nuova instabilità nei Balcani?
2) Come si comporterà il nuovo governo--filo-turco sia a destra che a sinistra--nel caso, probabile, che il processo di allargamento Ue alla Turchia si areni di nuovo?
3) Come può l'Italia--uno dei principali partner economici dell'Iran--giocare un ruolo più attivo nei negoziati sul nucleare?
4) Come agirà il nuovo governo--nella sostanza filo-russo sia a destra che a sinistra--riguardo all'involuzione autocratica del Cremlino post-Putin?
5) Quale sarà la posizione del nuovo governo italiano in merito all'Unione per il Mediterraneo di Sarkozy? (Ottimo post a riguardo sul blog di ItalianiEuropei).
Ecco, mi piacerebbe tanto ascoltare i due candidati premier esprimere un'opinione su alcune di queste questioni. Ma fra precari insultati e Ciarrapichi candidati dubito fortemente che avrò il piacere.
PS: Per la cronaca, l'omissione sul Tibet è voluta. Senza nulla aggiungere sulla gravità della situazione, è il classico tema che si presta molto al populismo elettorale e poco al dibattito programmatico, così come fu la Birmania nelle primarie del Pd .
Come (sorprendentemente!) si legge in molte delle reazioni all'intervista a Martino, entrambe le questioni dovrebbero essere affrontate nel quadro degli impegni internazionali già presi. Si potrebbero (ri)discutere le regole d'ingaggio. Ma la nostra presenza militare in Libano e un ritorno in Iraq fanno entrambi parte di una discussione largamente legata al contingente.
Ci sarebbero invece dozzine di questioni più strutturali che non solo superano lo stereotipo centro-sinistra/europeista vs. centro-destra/atlantista, ma che richiederebbero qualche riflessione più approfondita, anche se il disaccordo fra i contendenti non è lampante.
Un pentalogo molto minimalista richiederebbe qualche parolina su almeno alcune delle seguenti questioni:
1) Come pensa di comportarsi il nuovo governo nel caso di nuova instabilità nei Balcani?
2) Come si comporterà il nuovo governo--filo-turco sia a destra che a sinistra--nel caso, probabile, che il processo di allargamento Ue alla Turchia si areni di nuovo?
3) Come può l'Italia--uno dei principali partner economici dell'Iran--giocare un ruolo più attivo nei negoziati sul nucleare?
4) Come agirà il nuovo governo--nella sostanza filo-russo sia a destra che a sinistra--riguardo all'involuzione autocratica del Cremlino post-Putin?
5) Quale sarà la posizione del nuovo governo italiano in merito all'Unione per il Mediterraneo di Sarkozy? (Ottimo post a riguardo sul blog di ItalianiEuropei).
Ecco, mi piacerebbe tanto ascoltare i due candidati premier esprimere un'opinione su alcune di queste questioni. Ma fra precari insultati e Ciarrapichi candidati dubito fortemente che avrò il piacere.
PS: Per la cronaca, l'omissione sul Tibet è voluta. Senza nulla aggiungere sulla gravità della situazione, è il classico tema che si presta molto al populismo elettorale e poco al dibattito programmatico, così come fu la Birmania nelle primarie del Pd .
Wednesday, 5 March 2008
Nominations: buone, brutte e cattive
Quella di John McCain, innanzitutto, che secondo me stramerita e che promette bene per la campagna 'vera' in autunno. McCain è per certi versi un candidato sui generis, un maverick come si dice sempre di lui. Detto questo, il messaggio dell'elettorato repubblicano di superare la polarizzazione dell'era Bush è forte e chiaro. (Non è un caso che Bloomberg, il potente sindaco di New York, abbia abbandonato ogni proposito di candidarsi come indipendente).
Per i democratici, come si sa, la strada è tutta in salita. Non ho mai creduto che Obama fosse all'improvviso diventato un candidato 'inevitabile,' così come non credo che la bolla sia improvvisamente scoppiata ieri. Certo è che il logoramento che si prepara per questa primavera gioverà solo al circo dei media (oltre a McCain, naturalmente).
L'altro giro di nominations riguarda le liste del Pd. Il sistema elettorale e la cooptazione endemica che ha caratterizzato l'operazione mi rende proprio difficile chiamarle candidature. L'esempio più ovvio, e secondo me, più sciatto sono le parole 'ds', 'margherita' e, ancor peggio, 'donna' e 'uomo', stampigliate sulle liste di alcune regioni quando, evidentemente, per i nomi e cognomi ancora si stavano scannando.
Più delle polemiche sugli inclusi e sugli esclusi, più delle faide intestine, più dei campanilismi e dei particolarismi: ad essere in dissonanza col messaggio di rinnovamento che il Pd sta cercando di far filtrare secondo me è proprio la sciatteria con la quale sono state presentate queste liste. Forse--mi auguro--è solo un'impressione.
Per i democratici, come si sa, la strada è tutta in salita. Non ho mai creduto che Obama fosse all'improvviso diventato un candidato 'inevitabile,' così come non credo che la bolla sia improvvisamente scoppiata ieri. Certo è che il logoramento che si prepara per questa primavera gioverà solo al circo dei media (oltre a McCain, naturalmente).
L'altro giro di nominations riguarda le liste del Pd. Il sistema elettorale e la cooptazione endemica che ha caratterizzato l'operazione mi rende proprio difficile chiamarle candidature. L'esempio più ovvio, e secondo me, più sciatto sono le parole 'ds', 'margherita' e, ancor peggio, 'donna' e 'uomo', stampigliate sulle liste di alcune regioni quando, evidentemente, per i nomi e cognomi ancora si stavano scannando.
Più delle polemiche sugli inclusi e sugli esclusi, più delle faide intestine, più dei campanilismi e dei particolarismi: ad essere in dissonanza col messaggio di rinnovamento che il Pd sta cercando di far filtrare secondo me è proprio la sciatteria con la quale sono state presentate queste liste. Forse--mi auguro--è solo un'impressione.
Thursday, 28 February 2008
Quello che Mosca non si aspetta
Domenica si vota in Russia per le presidenziali. Ho già scritto di Russia qualche volta su questo blog e non mi dilungo ora, semplicemente perchè non c'è molto su cui dilungarsi. Il presunto liberale-liberista Medvedev diventerà presidente e Putin, per lo meno inizialmente, sarà il suo burattinaio.
Ciò di cui si potrebbe parlare è ciò che l'Europa e l'Occidente dovrebbero/potrebbero fare. Ne ho scritto, per una volta in italiano, nel numero di ItalianiEuropei uscito ieri. E la mia tesi è fondamentamente che se l'Europa vuole essere presa sul serio a Mosca, dovrà fare ciò che la Russia meno si aspetterebbe: essere pragmatica. Non posso aggiungere di più, ma se si ha voglia di comprare la rivista, che fra l'altro celebra il suo decennale, devo dire che in questo numero sono davvero in ottima compagnia.
Ciò di cui si potrebbe parlare è ciò che l'Europa e l'Occidente dovrebbero/potrebbero fare. Ne ho scritto, per una volta in italiano, nel numero di ItalianiEuropei uscito ieri. E la mia tesi è fondamentamente che se l'Europa vuole essere presa sul serio a Mosca, dovrà fare ciò che la Russia meno si aspetterebbe: essere pragmatica. Non posso aggiungere di più, ma se si ha voglia di comprare la rivista, che fra l'altro celebra il suo decennale, devo dire che in questo numero sono davvero in ottima compagnia.
Wednesday, 27 February 2008
Filtri
Assenza dal blog dovuta a cause di forza maggiore: piuttosto semplicemente, non ci vedevo. Dopo un'operazione durata esattamente 34 secondi per occhio, via montature, lenti, filtri, e con un po' di pazienza riuscirò a fissare di nuovo lo schermo per più di dieci minuti.
A proposito di filtri: mi informano che un mio rapporto è filtrato settimana scorsa in una disputa fra Parlamento Europeo e Consiglio Ue. Onestamente, mi pare che il mio messaggio sia stato un po' manipolato. Facciamo che per questa volta non l'ho visto. Per cause di forza maggiore.
A proposito di filtri: mi informano che un mio rapporto è filtrato settimana scorsa in una disputa fra Parlamento Europeo e Consiglio Ue. Onestamente, mi pare che il mio messaggio sia stato un po' manipolato. Facciamo che per questa volta non l'ho visto. Per cause di forza maggiore.
Sunday, 17 February 2008
Inevitabile
Non è deprecabile, ma non era neanche particolarmente auspicabile. Non è illegittimo, ma non è formalmente legale. Oggi il Kosovo si auto-proclama indipendente ed era semplicemente inevitabile.
L’indipendenza non è deprecabile ed è legittima per ragioni di storia recente. I kosovari hanno sofferto e hanno pagato. Hanno vissuto sotto l’egida dell’Onu per 9 anni (qualcosa che, mi dicono, non si augura a nessuno) con la promessa (risoluzione 1244) che il loro status giuridico e politico sarebbe stato prima o poi chiarificato. La comunità internazionale ha provato per mesi a ‘chiarificare’, e alla fine adotterà in pratica quella soluzione di “indipendenza supervisionata” proposta in teoria dall’ex presidente finlandese Ahtisaari.
Il problema, com’è noto, è che i russi si sono impuntati a New York e che la soluzione non è stata benedetta dal Consiglio di sicurezza. Ergo, è formalmente illegale e non particolarmente auspicabile. Peggio ancora, gli americani sono ardentemente a favore dell’indipendenza mentre gli europei saranno, nuovamente, divisi ed alcuni stati come Cipro e la Romania non riconosceranno il Kosovo.
La Serbia e la Russia non staranno a guardare. Belgrado imporrà sanzioni economiche al neonato stato e chiuderà il confine a nord. La Russia non perderà occasione per rinfacciare la vicenda kosovara in altri contesti, anche se dubito che spingerà per l’indipendenza dell’Abkhazia, della Transniestria, o dell’Ossezia meridionale. Mosca può parlare minacciosamente di un ‘precedente’ kosovaro fino a sfiatarsi, ma l’indipendenza di queste altre pseudo-entità semplicemente non le converrebbe.
Quel che è inevitabile è che oggi si apre un nuovo impegnativo capitolo nell’interminabile storia dei Balcani e in quella più recente della politica estera europea. Il Kosovo ha deciso di andare con le sue gambe ma le serviranno anche quelle di qualche centinaio di doganieri, poliziotti e giudici europei. E quelle di 16 mila soldati NATO che continueranno a tentare di evitare che gli albanesi e i serbi si scannino a vicenda.
Il problema vero è che il Kosovo rischia seriamente il collasso prima ancora di nascere. I kosovari sono circa due milioni, ma non esiste un censo attendibile della popolazione—un handicap non indifferente quando si tratta di costruire uno stato praticamente dalle fondamenta. Si sa che il livello di disoccupazione sia altissimo, circa il 40% della popolazione. Solo il 10% delle donne kosovare ha un lavoro. E il Kosovo ha il più alto tasso di crescita demografica in Europa, che secondo il Financial Times si traduce in 30 mila giovani kosovari in più sul mercato del lavoro ogni anno.
L’Europa dovrà rimboccarsi le maniche e incrociare le dita, possibilmente in quest’ordine.
L’indipendenza non è deprecabile ed è legittima per ragioni di storia recente. I kosovari hanno sofferto e hanno pagato. Hanno vissuto sotto l’egida dell’Onu per 9 anni (qualcosa che, mi dicono, non si augura a nessuno) con la promessa (risoluzione 1244) che il loro status giuridico e politico sarebbe stato prima o poi chiarificato. La comunità internazionale ha provato per mesi a ‘chiarificare’, e alla fine adotterà in pratica quella soluzione di “indipendenza supervisionata” proposta in teoria dall’ex presidente finlandese Ahtisaari.
Il problema, com’è noto, è che i russi si sono impuntati a New York e che la soluzione non è stata benedetta dal Consiglio di sicurezza. Ergo, è formalmente illegale e non particolarmente auspicabile. Peggio ancora, gli americani sono ardentemente a favore dell’indipendenza mentre gli europei saranno, nuovamente, divisi ed alcuni stati come Cipro e la Romania non riconosceranno il Kosovo.
La Serbia e la Russia non staranno a guardare. Belgrado imporrà sanzioni economiche al neonato stato e chiuderà il confine a nord. La Russia non perderà occasione per rinfacciare la vicenda kosovara in altri contesti, anche se dubito che spingerà per l’indipendenza dell’Abkhazia, della Transniestria, o dell’Ossezia meridionale. Mosca può parlare minacciosamente di un ‘precedente’ kosovaro fino a sfiatarsi, ma l’indipendenza di queste altre pseudo-entità semplicemente non le converrebbe.
Quel che è inevitabile è che oggi si apre un nuovo impegnativo capitolo nell’interminabile storia dei Balcani e in quella più recente della politica estera europea. Il Kosovo ha deciso di andare con le sue gambe ma le serviranno anche quelle di qualche centinaio di doganieri, poliziotti e giudici europei. E quelle di 16 mila soldati NATO che continueranno a tentare di evitare che gli albanesi e i serbi si scannino a vicenda.
Il problema vero è che il Kosovo rischia seriamente il collasso prima ancora di nascere. I kosovari sono circa due milioni, ma non esiste un censo attendibile della popolazione—un handicap non indifferente quando si tratta di costruire uno stato praticamente dalle fondamenta. Si sa che il livello di disoccupazione sia altissimo, circa il 40% della popolazione. Solo il 10% delle donne kosovare ha un lavoro. E il Kosovo ha il più alto tasso di crescita demografica in Europa, che secondo il Financial Times si traduce in 30 mila giovani kosovari in più sul mercato del lavoro ogni anno.
L’Europa dovrà rimboccarsi le maniche e incrociare le dita, possibilmente in quest’ordine.
Tuesday, 12 February 2008
L’Ararat, un Nobel e un taxi
Cos’hanno in comune il monte Ararat, un premio Nobel e un taxi? Assolutamente niente, a parte il mio weekend.
Sono stato, per la prima volta, a Yerevan, la capitale dell’Armenia all’ombra del monte Ararat (sì, quello dell’Arca di Noè): paese congelato in un conflitto ventennale con l’Azerbaijan, governato da un regime che Freedom House valuta solo "parzialmente libero" e che si avvia sonnacchiosamente alle elezioni.
Contesto classico per uno degli aspetti meno simpatici del mio lavoro: parlare di democrazia in un paese in transizione, e di pace in un paese in guerra. E ancor meno simpatico: fare ragionamenti che non sembrino lezioni quando gli ascoltatori sono gente che soffre in pratica quella transizione e quei conflitti di cui noi occidentali cianciamo in teoria.
Devo dire, però, che la cosa questa volta ha assunto un margine di credibilità grazie alla partecipazione alla conferenza di Lord David Trimble, premio Nobel per la pace del 1998. Il professor Trimble, che ebbe il premio a riconoscimento del suo lavoro per il processo di pace nell’Irlanda del Nord, non ha nascosto di conoscere poco del conflitto nel Nagorno-Karabach.
Però ha la possibilità di fare quello che pochi politici e pochissimi ‘esperti’ occidentali possono permettersi di fare: dare consigli su conflitti e democrazia che non solo hanno un fondamento pratico, ma che hanno anche avuto successo.
Che c’entra il taxi? C’entra perchè la conferenza per me si è conclusa con una corsa in taxi nella notte armena con Trimble. Dopo cena e, soprattutto, dopo generose dosi di vodka, il tono della conversazione non poteva essere dei più profondi.
Guardo caso, però, venerdì erano apparse sui giornali le dichiarazioni del capo della Chiesa anglicana in merito alla possibilità di introdurre elementi della sharia nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna. La breve conversazione che ne è seguita in taxi devo tenermela per me ma me la ricorderò finchè campo.
PS: Un mio corsivo vagamente ispirato dalla gitarella caucasica (su The EU Observer, e tradotto in spagnolo da qualche anima pia), sarà oggetto, domani, di due mie interviste a Europolitics (anche nel francese di qualche altra anima pia) e a Deutsche Welle.
Sono stato, per la prima volta, a Yerevan, la capitale dell’Armenia all’ombra del monte Ararat (sì, quello dell’Arca di Noè): paese congelato in un conflitto ventennale con l’Azerbaijan, governato da un regime che Freedom House valuta solo "parzialmente libero" e che si avvia sonnacchiosamente alle elezioni.
Contesto classico per uno degli aspetti meno simpatici del mio lavoro: parlare di democrazia in un paese in transizione, e di pace in un paese in guerra. E ancor meno simpatico: fare ragionamenti che non sembrino lezioni quando gli ascoltatori sono gente che soffre in pratica quella transizione e quei conflitti di cui noi occidentali cianciamo in teoria.
Devo dire, però, che la cosa questa volta ha assunto un margine di credibilità grazie alla partecipazione alla conferenza di Lord David Trimble, premio Nobel per la pace del 1998. Il professor Trimble, che ebbe il premio a riconoscimento del suo lavoro per il processo di pace nell’Irlanda del Nord, non ha nascosto di conoscere poco del conflitto nel Nagorno-Karabach.
Però ha la possibilità di fare quello che pochi politici e pochissimi ‘esperti’ occidentali possono permettersi di fare: dare consigli su conflitti e democrazia che non solo hanno un fondamento pratico, ma che hanno anche avuto successo.
Che c’entra il taxi? C’entra perchè la conferenza per me si è conclusa con una corsa in taxi nella notte armena con Trimble. Dopo cena e, soprattutto, dopo generose dosi di vodka, il tono della conversazione non poteva essere dei più profondi.
Guardo caso, però, venerdì erano apparse sui giornali le dichiarazioni del capo della Chiesa anglicana in merito alla possibilità di introdurre elementi della sharia nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna. La breve conversazione che ne è seguita in taxi devo tenermela per me ma me la ricorderò finchè campo.
PS: Un mio corsivo vagamente ispirato dalla gitarella caucasica (su The EU Observer, e tradotto in spagnolo da qualche anima pia), sarà oggetto, domani, di due mie interviste a Europolitics (anche nel francese di qualche altra anima pia) e a Deutsche Welle.
Monday, 4 February 2008
"Il centro-sinistra ricorda da vicino la ex-Jugoslavia"
Dopo il risultato coraggioso delle presidenziali di ieri in Serbia, mi viene di rispondere: "magari."
Sunday, 27 January 2008
La politica sorprendente
Queste primarie americane, finora, mi hanno regalato almeno due sorprese. La prima sorpresa, positiva e di cui non finisco di meravigliarmi, è la passione che fior di colleghi a Washington dimostrano nel fare la campagna porta-a-porta nei vari stati come volontari qualsiasi. Evito paragoni scontati ed ingenerosi.
La seconda, negativa e più evidente nelle ultime settimane, è la tattica dei Clinton. Sono sempre stato un grande ammiratore di Bill Clinton. Ma mi lasciano perplesso i suoi pesanti attacchi ad Obama (che avrebbe probabilmente sostenuto se la moglie non si fosse candidata), seguiti a stretto giro di posta dalle dichiarazioni di Hillary nel ruolo di mediatrice moderata.
Per Obama sta diventando sempre più difficile smarcarsi. Ma sono sempre più convinto che se c’è un candidato che può scardinare la tirannia del 'white protestant male' nella politica americana, quel candidato è proprio lui.
E se anche alla fine non lo fosse, in questi giorni cupi della democrazia italiana, è consolante sapere che da qualche parte esiste una politica che sorprende, coinvolge ed ispira.
La seconda, negativa e più evidente nelle ultime settimane, è la tattica dei Clinton. Sono sempre stato un grande ammiratore di Bill Clinton. Ma mi lasciano perplesso i suoi pesanti attacchi ad Obama (che avrebbe probabilmente sostenuto se la moglie non si fosse candidata), seguiti a stretto giro di posta dalle dichiarazioni di Hillary nel ruolo di mediatrice moderata.
Per Obama sta diventando sempre più difficile smarcarsi. Ma sono sempre più convinto che se c’è un candidato che può scardinare la tirannia del 'white protestant male' nella politica americana, quel candidato è proprio lui.
E se anche alla fine non lo fosse, in questi giorni cupi della democrazia italiana, è consolante sapere che da qualche parte esiste una politica che sorprende, coinvolge ed ispira.
Friday, 25 January 2008
Eulogy
Nell'autunno 1998, stavo studiando uno specifico capitolo sul manuale di diritto pubblico. Ricordo come fosse oggi che mi scervellai a cercare nella nostra storia repubblicana quella procedura che sembrava a me così logica. Lo sconforto della 'parlamentarizzazione' della crisi del primo governo Prodi fu mitigato solo da quella inaspettata coincidenza fra le auliche formule previste dall'ordinamento e le scalcinate prassi del nostro parlamento.
Giovedì scorso, non c'è stato niente di simile. Come avevo detto ad un settimanale americano all'indomani della vittoria del 2006, sono sempre stato piuttosto fiducioso che l'idea di imbrigliare le forze più rissose della coalizione in posizioni di governo sarebbe stata sufficente a portare a casa la legislatura. Forse ci presi su Rifondazione comunista, ma non su quell'onesto politico meridionale' (copyright Gianfranco Rotondi), che cita un'inesistente poesia di Neruda per motivare il suo voto contrario. E forse era quella stessa fiducia che ha animato l'ottimismo di Romano Prodi in questi 20 mesi di governo.
In qualche modo mi ci identifico, così come non posso non ammirare la sua scelta di presentarsi giovedì al Senato, ben consapevole dell'inevitabile. Quella che molti hanno definito "tigna", per Romano Prodi è un "concetto di democrazia ." In fondo, è lo stesso concetto che cercavo in quel manuale di diritto pubblico e, per quanto mi riguarda, merita rispetto.
Giovedì scorso, non c'è stato niente di simile. Come avevo detto ad un settimanale americano all'indomani della vittoria del 2006, sono sempre stato piuttosto fiducioso che l'idea di imbrigliare le forze più rissose della coalizione in posizioni di governo sarebbe stata sufficente a portare a casa la legislatura. Forse ci presi su Rifondazione comunista, ma non su quell'onesto politico meridionale' (copyright Gianfranco Rotondi), che cita un'inesistente poesia di Neruda per motivare il suo voto contrario. E forse era quella stessa fiducia che ha animato l'ottimismo di Romano Prodi in questi 20 mesi di governo.
In qualche modo mi ci identifico, così come non posso non ammirare la sua scelta di presentarsi giovedì al Senato, ben consapevole dell'inevitabile. Quella che molti hanno definito "tigna", per Romano Prodi è un "concetto di democrazia ." In fondo, è lo stesso concetto che cercavo in quel manuale di diritto pubblico e, per quanto mi riguarda, merita rispetto.
Monday, 21 January 2008
I presidenti
Due storie di elezioni presidenziali, due storie di una democrazia che si allontana.
La prima riguarda Mikhail Saakashvili, l'eroe della 'rivoluzione delle rose' in Georgia nel 2003, che ha ieri inaugurato il suo secondo mandato alla presidenza a Tbilisi (alla presenza del ministro degli esteri russo Lavrov, tanto per gradire). Il primo quadriennio di Saakashvili è stato minato da un processo di riforme mai veramente avviato e da un'involuzione autocratica piuttosto preoccupante. Saakashvili è giovane e ambizioso, attributi utili, ma anche pericolosi in un paese dalla tradizione democratica così debole come la Georgia.
La seconda vicenda riguarda le presidenziali in Serbia, sempre ieri, che hanno visto l'ultranazionalista Tomislav Nikolic superare il presidente in carica, l'europeista Tadic. Per il risultato finale si dovrà aspettare il secondo turno in febbraio, ma la campagna si svolgerà in un clima reso rovente dalla controversia kosovara e dalle discutibili manovre del gigante energetico russo Gazprom. Il futuro democratico della Serbia non è morto, ma che non si senta tanto bene è un eufemismo.
PS, off topic: mi è stato chiesto di fare il testimonial per la mia università, esperienza piuttosto divertente. Finisco quello che ho cominciato e informo chi fosse per caso interessato a lavorare da queste parti che è stato appena aperto questo sito.
PPS ri-off topic: Ottimo corsivo sull'Italia nel FT di oggi, nel quale Martin Rhodes si districa brillantemente fra l''immobilismo', il 'trasformismo' e la 'stratificazione' della realtà politica italiana. Vale un paio di riletture.
La prima riguarda Mikhail Saakashvili, l'eroe della 'rivoluzione delle rose' in Georgia nel 2003, che ha ieri inaugurato il suo secondo mandato alla presidenza a Tbilisi (alla presenza del ministro degli esteri russo Lavrov, tanto per gradire). Il primo quadriennio di Saakashvili è stato minato da un processo di riforme mai veramente avviato e da un'involuzione autocratica piuttosto preoccupante. Saakashvili è giovane e ambizioso, attributi utili, ma anche pericolosi in un paese dalla tradizione democratica così debole come la Georgia.
La seconda vicenda riguarda le presidenziali in Serbia, sempre ieri, che hanno visto l'ultranazionalista Tomislav Nikolic superare il presidente in carica, l'europeista Tadic. Per il risultato finale si dovrà aspettare il secondo turno in febbraio, ma la campagna si svolgerà in un clima reso rovente dalla controversia kosovara e dalle discutibili manovre del gigante energetico russo Gazprom. Il futuro democratico della Serbia non è morto, ma che non si senta tanto bene è un eufemismo.
PS, off topic: mi è stato chiesto di fare il testimonial per la mia università, esperienza piuttosto divertente. Finisco quello che ho cominciato e informo chi fosse per caso interessato a lavorare da queste parti che è stato appena aperto questo sito.
PPS ri-off topic: Ottimo corsivo sull'Italia nel FT di oggi, nel quale Martin Rhodes si districa brillantemente fra l''immobilismo', il 'trasformismo' e la 'stratificazione' della realtà politica italiana. Vale un paio di riletture.
Monday, 14 January 2008
L'Iowa, il New Hampshire e la politica ubriaca
Periodo di pausa forzata dal blog dedicata prevalentemente a viaggi, estenuanti trattative e immersione politica. Sorvolo sui viaggi, che tanto ricapitano. E ritornerò probabilmente sull'estenuante trattativa, ora felicemente conclusa, che ha riguardato l'aspetto contrattuale del mio libro.
Un breve appunto invece la lascio sull'immersione politica, che ha riguardato ovviamente le primarie americane. Ciò che mi lascia piuttosto perplesso, aldilà del circo mediatico e delle toppe dei sondaggi, è la cura maniacale dei dettagli di forma da parte della gran parte dei candidati. In America è così da decenni, ma questa volta mi sono sorbito il pianto di Hillary e le bordate calcolate di Huckabee nella bolla di Washington, che rende il tutto quasi nauseante.
Certo è, che anche da questo punto di vista, Obama continua a sembrarmi il candidato più credibile. La sostanza rimarrà anche, talvolta, approssimativa. Ma per coerenza e carisma, Obama convince (e quasi commuove, vedere il suo discorso in Iowa per credere).
E, per inciso, per quanto teatrale possa essere la campagna americana, siamo sempre anni luce dai ruspanti "utile idiota" e "ubriaco" che si scambiarono Berlusconi e Prodi sotto l'occhio vigile di Vespa nel 2006.
Un breve appunto invece la lascio sull'immersione politica, che ha riguardato ovviamente le primarie americane. Ciò che mi lascia piuttosto perplesso, aldilà del circo mediatico e delle toppe dei sondaggi, è la cura maniacale dei dettagli di forma da parte della gran parte dei candidati. In America è così da decenni, ma questa volta mi sono sorbito il pianto di Hillary e le bordate calcolate di Huckabee nella bolla di Washington, che rende il tutto quasi nauseante.
Certo è, che anche da questo punto di vista, Obama continua a sembrarmi il candidato più credibile. La sostanza rimarrà anche, talvolta, approssimativa. Ma per coerenza e carisma, Obama convince (e quasi commuove, vedere il suo discorso in Iowa per credere).
E, per inciso, per quanto teatrale possa essere la campagna americana, siamo sempre anni luce dai ruspanti "utile idiota" e "ubriaco" che si scambiarono Berlusconi e Prodi sotto l'occhio vigile di Vespa nel 2006.
Wednesday, 2 January 2008
La tattica e la non-crisi
Una prestigiosa rivista ha commissionato ad un collega americano un articolo sull'Italia. Da quanto ho sentito, sono convinto che ne uscirà un gran bel pezzo. Però il collega ha avuto la modestia di chiedermi un commento su come, secondo me, va il Sistema Italia di questi tempi.
Tema potenzialmente infinito, specialmente perchè in Italia ci sono 55 milioni di ct della nazionale e 55 milioni di presidenti del consiglio. Ma nel filtrare dozzine di questioni che mi passavano per la testa, alla fine me ne sono uscito con due commenti.
Il primo è che in Italia la tattica conta sempre più della strategia. Specialmente in politica, la paralisi fa si che l'evoluzione del Paese proceda, quando procede, nel breve termine e raramente nel lungo. La politica che non offre una visione di se stessa nel lungo termine è destinata a rimanere la vittima dei suoi stessi meccanismi. E il 'grillismo' ne è una conferma.
Il secondo commento segue dal primo, e riprende una tesi che l'Economist propose un paio di anni fa. Ovvero, l'Italia non ha avuto una vera crisi. L'instabilità cronica dell'esecutivo non c'entra in questo caso, così come non c'entra la crescita stentata dell'economia. Il punto è che, anche nelle fasi più buie di Tangentopoli, raramente si è diffusa nel Paese la percezione di aver raggiunto il fondo, quello dal quale si può risalire solo se ci si rifonda completamente.
Per tutti i suoi limiti, mi viene in mente a questo proposito l'esempio di Gerhard Schroeder e della sua Agenda 2010 del 2003. Per quanto quel pacchetto di riforme fosse, in grossa parte, un prodotto bipartisan (la CDU controllava la Camera alta), Schroeder ci mise fondamentalmente la faccia, fu costretto ad indire elezioni anticipate nel 2005 e le perse. Si può non condividere la sostanza di quelle riforme e non si può dire che Schroeder non fosse anche un grande tattico. Però è questo tipo di visione a lungo termine, soprattutto quando le difficoltà non sembrano delle emergenze, che legittima la politica e ne preserva la credibilità.
Tema potenzialmente infinito, specialmente perchè in Italia ci sono 55 milioni di ct della nazionale e 55 milioni di presidenti del consiglio. Ma nel filtrare dozzine di questioni che mi passavano per la testa, alla fine me ne sono uscito con due commenti.
Il primo è che in Italia la tattica conta sempre più della strategia. Specialmente in politica, la paralisi fa si che l'evoluzione del Paese proceda, quando procede, nel breve termine e raramente nel lungo. La politica che non offre una visione di se stessa nel lungo termine è destinata a rimanere la vittima dei suoi stessi meccanismi. E il 'grillismo' ne è una conferma.
Il secondo commento segue dal primo, e riprende una tesi che l'Economist propose un paio di anni fa. Ovvero, l'Italia non ha avuto una vera crisi. L'instabilità cronica dell'esecutivo non c'entra in questo caso, così come non c'entra la crescita stentata dell'economia. Il punto è che, anche nelle fasi più buie di Tangentopoli, raramente si è diffusa nel Paese la percezione di aver raggiunto il fondo, quello dal quale si può risalire solo se ci si rifonda completamente.
Per tutti i suoi limiti, mi viene in mente a questo proposito l'esempio di Gerhard Schroeder e della sua Agenda 2010 del 2003. Per quanto quel pacchetto di riforme fosse, in grossa parte, un prodotto bipartisan (la CDU controllava la Camera alta), Schroeder ci mise fondamentalmente la faccia, fu costretto ad indire elezioni anticipate nel 2005 e le perse. Si può non condividere la sostanza di quelle riforme e non si può dire che Schroeder non fosse anche un grande tattico. Però è questo tipo di visione a lungo termine, soprattutto quando le difficoltà non sembrano delle emergenze, che legittima la politica e ne preserva la credibilità.
Tuesday, 1 January 2008
Come si parte in terza?
Giusto per dare un minimo di continuità editoriale a questo blog, riparto da un altro film. Little Miss Sunshine parla di una famiglia scalcinata che attraversa l'America a bordo di un vecchio furgoncino Volkswagen. Per qualche strano motivo, del furgone funzionano solo la terza e la quarta marcia, una circostanza che porta la famiglia a cominciare ogni nuova tappa del viaggio in corsa.
Fortunatamente non guido furgoni e le tappe, per ora, sembrano tutte abbastanza chiare sul calendario. Ma mi aspetta un inizio di anno metaforicamente molto simile a quelle partenze in corsa.
Fortunatamente non guido furgoni e le tappe, per ora, sembrano tutte abbastanza chiare sul calendario. Ma mi aspetta un inizio di anno metaforicamente molto simile a quelle partenze in corsa.
Wednesday, 26 December 2007
L'On. Wilson
Mini-recensione di Charlie Wilson's war, nuovo film di Mike Nichols sul supporto del Congresso e della CIA alla resistenza anti-sovietica dei mujahideen in Afghanistan. Piuttosto satirico, per essere un polpettone di Hollywood. E ben fatto, a mio parere, nei dialoghi, dettagli storici, e nel ricreare l'atmosfera yuppie-decadente degli anni '80.
Essendo Hollywood, però, il finale non può essere che scontato: gli americani sanno vincere le guerre, ma non sanno vincere la pace. Il riferimento, ovviamente, è a tutte le paci che l'America non ha saputo vincere, ma questo è anche un punto sul quale ci si potrebbe e dovrebbe soffermare ben oltre una battuta ad effetto dell'On. Wilson.
Essendo Hollywood, però, il finale non può essere che scontato: gli americani sanno vincere le guerre, ma non sanno vincere la pace. Il riferimento, ovviamente, è a tutte le paci che l'America non ha saputo vincere, ma questo è anche un punto sul quale ci si potrebbe e dovrebbe soffermare ben oltre una battuta ad effetto dell'On. Wilson.
Monday, 17 December 2007
"Ci metterei la firma"
L'articolo del New York Times sull'Italia ha, com'è noto, coinciso con la visita del presidente Napolitano a Washington e a New York. Le sue reazioni all'articolo sono state discutibili. E' vero, come ha sostenuto, che la notizia giornalistica si basa troppo sulle ombre piuttosto che sulle luci. Però è riduttivo sostenere che l'articolo fosse squilibrato e contenesse idiozie.
Detto questo, è più che giustificato che un presidente in visita ufficiale prenda le difese del proprio paese. E Napolitano non l'ha fatto con la stizza e suscettibilità dell'offeso che sta sulla difensiva, ma col piglio, la competenza e lo stile di chi ha qualcosa da sostenere.
Ha citato Keynes ("spiriti animali"), Hemingway ("addio alle armi") ha comparato il sistema repubblicano francese ed italiano con un parallelo interessante fra 'rivoluzione' e 'evoluzione.' Come mi ha detto un collega l'altro giorno: "ci metterei la firma a ragionare in quel modo nella mia seconda o terza lingua ad 82 anni".
Il problemi dell'Italia rimangono, così come il rammarico che quel collega non possa incontrare un presidente meno vicino all'età pensionabile. Però ascoltare Napolitano in inglese (qui il video del suo incontro al Council on Foreign Relations) è oggettivamente un piacere.
Detto questo, è più che giustificato che un presidente in visita ufficiale prenda le difese del proprio paese. E Napolitano non l'ha fatto con la stizza e suscettibilità dell'offeso che sta sulla difensiva, ma col piglio, la competenza e lo stile di chi ha qualcosa da sostenere.
Ha citato Keynes ("spiriti animali"), Hemingway ("addio alle armi") ha comparato il sistema repubblicano francese ed italiano con un parallelo interessante fra 'rivoluzione' e 'evoluzione.' Come mi ha detto un collega l'altro giorno: "ci metterei la firma a ragionare in quel modo nella mia seconda o terza lingua ad 82 anni".
Il problemi dell'Italia rimangono, così come il rammarico che quel collega non possa incontrare un presidente meno vicino all'età pensionabile. Però ascoltare Napolitano in inglese (qui il video del suo incontro al Council on Foreign Relations) è oggettivamente un piacere.
Friday, 14 December 2007
Un piccolo passo per l'uomo...
Fra pochi giorni, il New Jersey diventerà il primo stato americano a revocare la pena di morte.
Wednesday, 12 December 2007
3 fatti e 3 commenti
I fatti. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin ha stravinto le elezioni parlamentari 10 giorni fa. Ampiamente prevedibile, anche se con punte di ridicolo francamente evitabili (in Cecenia i votanti sono stati circa il 99,5%, di cui circa il 99,5% hanno votato per Putin). E' poi dell'altro ieri la notizia che Dmitry Medvedev, vice premier e presidente del Cda di Gazprom, sarà candidato alla presidenza in Marzo con il beneplacido di Putin. Infine, ieri, la dichiarazione dello stesso Medvedev, che chiederà a Putin di fare il Primo Ministro.
I commenti.
1) fra elezioni farsa e parodie di endorsements, la Russia è sempre più un'oligarchia.
2) Se Putin tornerà al posto da lui già occupato nel 1999, la Russia si trasformerà in uno stato semi-presidenziale se non parlamentare. Una costituzione si può cambiare, quello non è il punto. Il punto è che il potere segue Putin.
3) La candidatura di Medvedev è potenzialmente una notizia discreta. Non perchè lui si dichiari un liberale e un pragmatico: Medvedev è un fedelissimo di Putin da 17 anni (e non potrebbe essere altrimenti). E, quel che è peggio, ha le dita sui bottoni di quella Gazprom che negli ultimi anni si è resa protagonista di tagli arbitrari nelle forniture di gas, nonchè di accordi discutibili con diversi paesi europei.
E' una discreta notizia perchè Medvedev non ha (a differenza di Putin) nessun passato nei servizi segreti e si era già speso dalla fine degli anni '80 (a differenza di Putin) a promuovere la perestroika a San Pietroburgo al fianco di Sobchak. Qualcosa fa sperare che la perestroika gli sia rimasta nelle vene. Quest'anno, in un intervista, ha rifiutato di sottoscrivere la definizione di 'democrazia sovrana' tanto cara agli apparatchik del Cremlino, sostenendo che: "questo termine non mi piace. Sottolineare solo uno degli aspetti della democrazia, ed in particolare la supremazia delle autorita statali, è eccessivo e perfino deleterio".
I commenti.
1) fra elezioni farsa e parodie di endorsements, la Russia è sempre più un'oligarchia.
2) Se Putin tornerà al posto da lui già occupato nel 1999, la Russia si trasformerà in uno stato semi-presidenziale se non parlamentare. Una costituzione si può cambiare, quello non è il punto. Il punto è che il potere segue Putin.
3) La candidatura di Medvedev è potenzialmente una notizia discreta. Non perchè lui si dichiari un liberale e un pragmatico: Medvedev è un fedelissimo di Putin da 17 anni (e non potrebbe essere altrimenti). E, quel che è peggio, ha le dita sui bottoni di quella Gazprom che negli ultimi anni si è resa protagonista di tagli arbitrari nelle forniture di gas, nonchè di accordi discutibili con diversi paesi europei.
E' una discreta notizia perchè Medvedev non ha (a differenza di Putin) nessun passato nei servizi segreti e si era già speso dalla fine degli anni '80 (a differenza di Putin) a promuovere la perestroika a San Pietroburgo al fianco di Sobchak. Qualcosa fa sperare che la perestroika gli sia rimasta nelle vene. Quest'anno, in un intervista, ha rifiutato di sottoscrivere la definizione di 'democrazia sovrana' tanto cara agli apparatchik del Cremlino, sostenendo che: "questo termine non mi piace. Sottolineare solo uno degli aspetti della democrazia, ed in particolare la supremazia delle autorita statali, è eccessivo e perfino deleterio".
Tuesday, 11 December 2007
Mare Nostrum?
Gheddafi è passato nel giro di pochi anni dall'essere il 'cane pazzo' (copyright Ronald Reagan) della comunita' internazionale, a pagarsi (con 15 miliardi di Euro in contratti) un invito nel salotto buono di Parigi e perfino il lusso di smentire Sarkozy riguardo ad una presunta discussione sui diritti umani in Libia.
Stamattina, poi, nuova strage ad Algeri, nella quale--se ne discuteva alacremente oggi con l'ambasciatore algerino qui a Washington--la religione c'entra e come.
Un giorno come tanti nel Mediterraneo, che ricorda dolorosamente quanto ancora distino i nostri vicini meridionali dal miraggio di quel Mare Nostrum di cui in Europa ancora si divaga.
Stamattina, poi, nuova strage ad Algeri, nella quale--se ne discuteva alacremente oggi con l'ambasciatore algerino qui a Washington--la religione c'entra e come.
Un giorno come tanti nel Mediterraneo, che ricorda dolorosamente quanto ancora distino i nostri vicini meridionali dal miraggio di quel Mare Nostrum di cui in Europa ancora si divaga.
Wednesday, 5 December 2007
Saggezza a stelle e strisce
Tre perle dell'ultima settimana:
1) Il candidato repubblicano alla presidenza Mike Huckabee sta scompigliando tutti i sondaggi grazie all'endorsement di quel talento cinematografico che è Chuck Norris. L'allucinante pubblicità che manda in questi giorni nelle case dell'Iowa recita più o meno così: "Il mio programma per proteggere i confini? Due parole: Chuck Norris"
2) In un rapporto pubblicato ieri, l'agenzia d'intelligence americana sostiene che l'Iran ha interrotto il suo programma nucleare dal 2003. Nella conferenza stampa di oggi, Bush dichiara che il rapporto è un "segnale d'allarme".
3) Una delle audizioni pubbliche al Congresso degli Stati Uniti in programma per la settimana prossima ha l'allettante titolo: "La tortura: funziona?"
God bless America, come sempre.
1) Il candidato repubblicano alla presidenza Mike Huckabee sta scompigliando tutti i sondaggi grazie all'endorsement di quel talento cinematografico che è Chuck Norris. L'allucinante pubblicità che manda in questi giorni nelle case dell'Iowa recita più o meno così: "Il mio programma per proteggere i confini? Due parole: Chuck Norris"
2) In un rapporto pubblicato ieri, l'agenzia d'intelligence americana sostiene che l'Iran ha interrotto il suo programma nucleare dal 2003. Nella conferenza stampa di oggi, Bush dichiara che il rapporto è un "segnale d'allarme".
3) Una delle audizioni pubbliche al Congresso degli Stati Uniti in programma per la settimana prossima ha l'allettante titolo: "La tortura: funziona?"
God bless America, come sempre.
Wednesday, 28 November 2007
A (come Annapolis) Day
Si è appena conclusa, a pochi chilometri da qui (Annapolis), la conferenza internazionale sulla pace in Medio oriente. Per l'osservatore casuale di affari esteri, il risultato è piuttosto scontato ma non trascurabile: palestinesi e israeliani hanno fondamentalmente concordato di non essere d'accordo.
Per una volta, però, sembra essere più una questione di tempi che di modi. O meglio: si sa esattamente, e almeno dal 2000, ciò su cui si deve negoziare (rifugiati, status di Gerusalemme, riconoscimento dello stato di Israele, occupazioni israeliane in Cisgiordania etc.). Non mi pare sia ancora chiaro quando farlo.
Oggi, israeliani e palestinesti si sono impegnati a chiudere il confronto entro il 2008. Ma i rappresentanti delle tre parti in causa (Olmert, Abbas e Bush) sono politicamente uno più debole dell'altro e prima di impegnarsi in grandi proclami per la pace dovranno fare i conti con il dissenso interno. Staremo a vedere.
PS: Sbirciando la lista dei partecipanti alla conferenza, non può passare inosservata la solita inutile sfilza di europei. Per la precisione, 12 paesi, + Commissione, Consiglio europeo e Solana. Per la politica estera comune, evidentemente, c'è ancora molto tempo.
Per una volta, però, sembra essere più una questione di tempi che di modi. O meglio: si sa esattamente, e almeno dal 2000, ciò su cui si deve negoziare (rifugiati, status di Gerusalemme, riconoscimento dello stato di Israele, occupazioni israeliane in Cisgiordania etc.). Non mi pare sia ancora chiaro quando farlo.
Oggi, israeliani e palestinesti si sono impegnati a chiudere il confronto entro il 2008. Ma i rappresentanti delle tre parti in causa (Olmert, Abbas e Bush) sono politicamente uno più debole dell'altro e prima di impegnarsi in grandi proclami per la pace dovranno fare i conti con il dissenso interno. Staremo a vedere.
PS: Sbirciando la lista dei partecipanti alla conferenza, non può passare inosservata la solita inutile sfilza di europei. Per la precisione, 12 paesi, + Commissione, Consiglio europeo e Solana. Per la politica estera comune, evidentemente, c'è ancora molto tempo.
Friday, 23 November 2007
Il cellulare di D'Alema
Giorni fa, alcuni quotidiani e agenzie l'avevano presentata come una macchietta. D'Alema che parla al cellulare durante la foto di gruppo del vertice italo-tedesco, la Merkel che lo riprende ("Sei peggio di Sarkozy"), e lui che le risponde ("È Kouchner (ministro degli esteri francese, ndr), se vuoi te lo passo").
Ora: che gli italiani abbiano un rapporto simbiotico coi cellulari è uno stereotipo abbastanza popolare all'estero. E che D'Alema non dia l'impresione di essere un campione di simpatia è putroppo per lui un altro stereotipo. Vorrei, però, dare a Massimo quel che è di Massimo.
Tiro a indovinare, ma il motivo più probabile per il quale dovesse urgentemente rispondere alla telefonata di Kouchner è la crisi libanese. Oggi scade infatti il mandato del presidente, il maronita Lahoud. I due campi contrapposti in questo ennesimo, triste scontro mediorientale--quello governativo filo-occidentale, prevalentemente sunnita da un lato e quello cristiano e sciita dall'altro--non hanno raggiunto un accordo e non si ha la più pallida idea di chi lo succederà e di che succederà.
Considerando l'influenza che i teatrini della politica italiana hanno avuto, in tempi più o meno recenti, sulla nostra politica estera (memento Turigliatto, Rossi etc.) l'attivismo italiano in Medio Oriente è a mio parere più che apprezzabile. Per quanto riguarda il Libano, l'Italia ha avuto un ruolo importante nella mini-guerra fra Hezbollah ed Israele dell'estate del 2006 e fa parte della troika informale di euro-mediterranei (insieme a Spagna e, appunto, Francia) che tenta di mediare la crisi di queste settimane. E poi il conflitto israelo-palestinese, la Turchia, l'Onu e la moratoria sulla pena di morte, l'Italia sta ritagliandosi uno spazio importante con delle posizioni, nei limiti del possibile, di buon senso.
Se questo attivismo sia sufficente a limitare i danni in Medio Oriente è un discorso sul quale, purtroppo, rimango scettico. Mi domando però, se in questa fase piuttosto deprimente della politica nazionale, gli affari esteri non possano tornare ad avere quel ruolo di collante che hanno giocato (nella forma se non nella sostanza) fino all'11 settembre 2001.
Collante non nel senso bipartisan-menefreghista del termine ("siamo tutti europeisti, internazionalisti, atlantisti"), né in quello arcano, e per l'Italia anche un po' profano, dell''interesse nazionale'. Ma in quello, più alto e pragmatico allo stesso tempo, di dare al nostro paese un valore ed un ruolo concreto e proporzionato al nostro peso economico e politico.
Ora: che gli italiani abbiano un rapporto simbiotico coi cellulari è uno stereotipo abbastanza popolare all'estero. E che D'Alema non dia l'impresione di essere un campione di simpatia è putroppo per lui un altro stereotipo. Vorrei, però, dare a Massimo quel che è di Massimo.
Tiro a indovinare, ma il motivo più probabile per il quale dovesse urgentemente rispondere alla telefonata di Kouchner è la crisi libanese. Oggi scade infatti il mandato del presidente, il maronita Lahoud. I due campi contrapposti in questo ennesimo, triste scontro mediorientale--quello governativo filo-occidentale, prevalentemente sunnita da un lato e quello cristiano e sciita dall'altro--non hanno raggiunto un accordo e non si ha la più pallida idea di chi lo succederà e di che succederà.
Considerando l'influenza che i teatrini della politica italiana hanno avuto, in tempi più o meno recenti, sulla nostra politica estera (memento Turigliatto, Rossi etc.) l'attivismo italiano in Medio Oriente è a mio parere più che apprezzabile. Per quanto riguarda il Libano, l'Italia ha avuto un ruolo importante nella mini-guerra fra Hezbollah ed Israele dell'estate del 2006 e fa parte della troika informale di euro-mediterranei (insieme a Spagna e, appunto, Francia) che tenta di mediare la crisi di queste settimane. E poi il conflitto israelo-palestinese, la Turchia, l'Onu e la moratoria sulla pena di morte, l'Italia sta ritagliandosi uno spazio importante con delle posizioni, nei limiti del possibile, di buon senso.
Se questo attivismo sia sufficente a limitare i danni in Medio Oriente è un discorso sul quale, purtroppo, rimango scettico. Mi domando però, se in questa fase piuttosto deprimente della politica nazionale, gli affari esteri non possano tornare ad avere quel ruolo di collante che hanno giocato (nella forma se non nella sostanza) fino all'11 settembre 2001.
Collante non nel senso bipartisan-menefreghista del termine ("siamo tutti europeisti, internazionalisti, atlantisti"), né in quello arcano, e per l'Italia anche un po' profano, dell''interesse nazionale'. Ma in quello, più alto e pragmatico allo stesso tempo, di dare al nostro paese un valore ed un ruolo concreto e proporzionato al nostro peso economico e politico.
Friday, 16 November 2007
Non c'hanno più visto
È di oggi la notizia che gli osservatori dell'OSCE rinunceranno a monitorare le elezioni parlamentari in Russia del 2 dicembre. Motivo apparente: le lungaggini delle autorità russe nel rilasciare i visti.
Che le prossime elezioni in Russia--queste, più quelle presidenziali di marzo--saranno una farsa si sapeva da tempo (altro che primarie del Pd). E la presenza di osservatori stranieri era già stata pesantemente decurtata da oltre 400 nelle precedenti consultazioni a circa 70 questa volta. Ma che neanche a questa sparuta armata Brancaleone sia dato il permesso di entrare a causa del visto è davvero comica se non fosse tragica.
Ne ho parlato in un intervista in Russia Profile di questo mese. L'Europa continua a parlare alla Russia col registro sbagliato: spera di 'europeizzarla' col risultato di affliggersi umiliazioni sempre più pesanti. Bisognerà imparare ad essere un po' più pragmatici, a parole se non a fatti (il gas, purtroppo, ci serve sempre). Merkel e Sarkozy sembrano averlo capito. Aspettiamo tempi migliori.
Che le prossime elezioni in Russia--queste, più quelle presidenziali di marzo--saranno una farsa si sapeva da tempo (altro che primarie del Pd). E la presenza di osservatori stranieri era già stata pesantemente decurtata da oltre 400 nelle precedenti consultazioni a circa 70 questa volta. Ma che neanche a questa sparuta armata Brancaleone sia dato il permesso di entrare a causa del visto è davvero comica se non fosse tragica.
Ne ho parlato in un intervista in Russia Profile di questo mese. L'Europa continua a parlare alla Russia col registro sbagliato: spera di 'europeizzarla' col risultato di affliggersi umiliazioni sempre più pesanti. Bisognerà imparare ad essere un po' più pragmatici, a parole se non a fatti (il gas, purtroppo, ci serve sempre). Merkel e Sarkozy sembrano averlo capito. Aspettiamo tempi migliori.
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